Il giardino dell'abbandono

Oltre la rete dell’Orto, la botanica selvaggia del degrado

Malinconicamente deserto, abbandonato, vuoto. Un pezzo non qualunque di città. E' stato il luogo di frequentazioni quotidiane e di storie (a tratti, perfino mitologiche) legate al grande sport. E' degradato nel silenzio e nell'indifferenza. Peggio di un angolo di periferia. Eppure resta a due passi da Prato della Valle, giusto all'ombra di Santa Giustina, dietro i pini (tre, in origine) da cui ha preso il nome. Oggi è un piccolo deserto, un'altra area contrassegnata dal termine ex, un «non luogo» della Padova che non sa mai procedere.

Oltre il cancello d'ingresso, lo stadio del rugby. Tribune che si esaltarono con le imprese del Petrarca dei primi cinque scudetti. Ora, desolatamente, gradoni di cemento senza più vita. Il campo è stato mèta della troupe di Mazzacurati: «La lingua del Santo» offre Antonio Albanese (in maglia Cus) che si alza dalla panchina e piazza in mezzo ai pali. Una scena da film è sempre meglio di un campo impraticabile, perfino ai ricordi ovali.
E' lo stesso un po' più avanti. La «cupola» del palasport Tre Pini ermeticamente chiusa, come se non conservasse l'eco del basket di un Petrarca capace di attirare a Padova il "marziano" Doug Moe, coach Aza Nikolic o Renzo Bariviera. Ci giocava anche il Petrarca Volley, quando la polisportiva era arrivata al punto più brillante. Come le lame di chi "tirava" poco lontano dalla «montagnola degli scout». Ora, invece, tutta l'area ex Tre Pini è "appesa" all'Orto Botanico che confina oltre la rete. Dovrebbe «sfondare» fino alla piscina spianata per guadagnare un altro ingresso ai percorsi nel giardino dell'Accademia.

Non è più il simulacro dell'epopea petrarchina. Non è ancora il «nuovo Orto». Nemmeno un cantiere annunciato in pompa magna e mai inaugurato. Soltanto il deserto della memoria, la pagina bianca di un bel disegno, la carie nascosta della Padova da cartolina, il degrado che non innesca ordinanze.
Era l'Antonianum del centro giovanile, il Tre Pini degli impianti sportivi, il Petrarca dei campioni. E' un vuoto perso nel cuore della città, nascosto agli occhi dei turisti e dei passanti. Una vergogna di specie botaniche selvagge, giusto di fronte al catalogo di secoli di cura e attenzione per piante, alberi, fiori. Confronto stridente da troppo tempo: il degrado all'ex Tre Pini fa da specchio al gioiello che la nostra Università custodisce per conto dell'intera umanità.

L'«increscioso incidente» che stava per compromettere il patrimonio dell'Unesco aveva innescato la necessità del «nuovo Orto». Quando si smetterà di parlarne e si aprirà, finalmente, la fase di realizzazione? Domanda lecita. Senza risposta, per ora.
Tacciono (forse, con qualche ottima ragione) anche i Gesuiti, che erano i custodi spirituali del Tre Pini animato di giovani. Hanno dovuto traslocare l'Aloisianum in via Manin (40 mila euro di affitto annuo alla Curia), ma il Centro giovanile spicca nelle loro preghiere. Il progetto c'è, la volontà di dare il via ai lavori anche. Tuttavia, il piano dei Gesuiti è legato a filo doppio con il «nuovo Orto». L'ex Tre Pini deve cambiare volto in contemporanea, con differenti cantieri ma burocraticamente inseparabili.

I Gesuiti pensano alla nuova sede del loro nuovo centro di attività (con tanto di mini-auditorium con 300 posti) giusto... al centro dell'attuale campo del rugby. Ma a palazzo Moroni sembrano più suggestionati dal piano Crotti.
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