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Estorsione e stalking all’ex fidanzata: condannato a undici anni e mezzo di carcere

Vittima una donna dell’Alta Padovana che ha ottenuto un risarcimento di 70 mila euro: costretta a trasferirsi lontano

Cristina Genesin
3 minuti di lettura

La sentenza di condanna è stata pronunciata in tribunale a Padova

 

Un amore malato. Anzi una relazione malata, fatta di passione, almeno all’inizio, poi di soprusi, minacce, atti persecutori, violenze e una condizione di dipendenza psicologica alimentata dalla paura.

Cinque anni da incubo per una 43enne dell’Alta Padovana, costretta a lasciare non solo il suo paese ma anche la Regione nel tentativo di dimenticare e, soprattutto, farsi dimenticare dall’ex fidanzato.

E ieri lui, collegato dal carcere di Catanzaro dove si trova detenuto per tutta un’altra storia, è stato condannato a 11 anni e sei mesi di carcere e al pagamento di 10 mila euro di multa (oltreché delle spese) per una sfilza di reati di cui la compagna di un tempo è stata vittima.

Una vittima alla quale è stato assegnato un risarcimento di 70 mila euro.

A pronunciare la sentenza il tribunale di Padova (presieduto dal giudice Mariella Fino) che ha riconosciuto responsabile Carmelo Giuseppe Pellicano, 34enne originario di Reggio Calabria, di una sfilza di reati come estorsione, stalking, violenza privata (tentata e consumata), furto e detenzione di una pistola, mentre è caduta l’aggravante del metodo mafioso.

Un’aggravante che aveva determinato la costituzione di parte civile della Regione Veneto con l’Avvocatura come previsto dalla legge regionale numero 48 del 2012. All’imputato è stata applicata l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella legale in via temporanea (pari alla durata della pena).

Quasi integralmente accolta la richiesta di condanna a 12 anni di carcere formulata dal pm Stefano Buccini della Dda di Venezia (Direzione distrettuale antimafia), condivisa dall’avvocato Ernesto De Toni costituito parte civile per conto di Anna, nome di fantasia per tutelare la vittima.

Assolti due coimputati calabresi, Angelo Abruzzese, 31 enne, e Vincenzo Galatà, 26enne (il primo per stalking, violenza privata e lesioni; il secondo per furto), chiamati a rispondere di aver dato man forte a Pellicano, pure assolto dall’accusa di aver cercato di rapinare l’ex del suo cellulare e di averle bruciato l’auto (l’incendio resta di mano ignota). Nei confronti di quest’ultimo è stato dichiarato il non doversi procedere per il reato di lesioni perché mancava la querela.

L’imputato

Non a caso l’inchiesta era stata coordinata dalla Dda veneziana: ritenuto dagli inquirenti affiliato alla cosca ’ndranghetista De Stefano-Tegano di Reggio Calabria e coinvolto in alcune indagini su esponenti di ’ndrine calabresi, il comportamento di Pellicano nei confronti della donna era stato bollato come un tentativo di esercitare su di lei la pressione psicologica tipica delle organizzazioni mafiose. La contestazione, però, non ha superato il vaglio processuale.

Quanto al resto, ben solide le prove di aggressioni fisiche e verbali che si sono concretate in minacce pesanti pronunciate o scritte da Pellicano: «Torni a casa in una busta di plastica... Ti sgozzo come un maiale... Torno su come un missile e rado al suolo Padova e provincia... Tu sei morta...».

E ancora: «Tu eri già concime per le piante... Giuro su mio padre che ti ammazzo a mani nude... Mi dispiace che non ti sono caduti i denti quel giorno... Faccio una strage... Tu non sai cosa c’è sotto di me». Per finire con un «stavolta ti sciolgo viva nell’acido... Ti ammazzo come un cane».

Parole che evocano violenza e morte in una stagione che segna un triste record per le donne italiane: 37 femminicidi dall’1 gennaio a fine maggio (con una media di quasi 8 al mese) secondo un rapporto del Ministero dell’Interno. la vicenda I due si erano conosciuti tramite comuni amici.

Immediata la simpatia, poi il legame ben presto era stato marchiato dal tradimento e dalla prepotenza. E se in principio Pellicano era sembrato un uomo gentile e innamorato, la sua indole violenta era emersa a partire dall’ottobre 2019 quando si verificano i primi episodi inquietanti.

Durante un’aggressione, Anna, si era rifugiata nella sua macchina: l’ex non aveva esitato a rompere il vetro del finestrino per schiaffeggiarla. Un altro giorno lui l’aveva colpita con un pugno alla nuca, lanciandole contro degli oggetti e inseguendola con un coltello, quindi l’aveva minacciata con una pistola gridando «se urli ti ammazzo».

Anna era stata anche costretta ad andarsene dalla casa comprata con un mutuo che stava pagando perché l’imputato pretendeva di usarla.

Nel frattempo s’era trovato un’altra fidanzata: la donna “ufficiale” era la figlia di un boss di una cosca sempre ’ndranghetista. A fine 2020 Pellicano aveva inseguito la donna, in fuga al volante della sua macchina, speronandola con un’auto nel tentativo di fermarla e poi, una volta bloccata, l’aveva trascinata fuori dall’abitacolo. Dopo cinque anni angoscianti, è scattata l’inchiesta grazie alla Guardia di finanza cittadellese che ha saputo raccogliere il grido d’aiuto di Anna. —

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