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Saïra, insultata e discriminata sul bus di Padova

È accaduto sulla linea 14 alle 9 del mattino del 14 settembre. La giovane italiana di origini congolesi: «L’autista ha domandato il biglietto solo a me»

Aggiornato alle 2 minuti di lettura

Discriminata per il colore della pelle da un autista di BusItalia. Un’accusa grave, perché sottende ad un atteggiamento razzista. A denunciare l’accaduto la stessa protagonista: Saïra B., ventunenne originaria del Congo. Saïra vive in Italia con i genitori da quando aveva due anni, lei e la sua famiglia hanno la cittadinanza italiana, ha completato il ciclo di studi in Italia e frequenta l’Università.

«L’episodio è accaduto il 14 settembre, intorno alle 8.40», racconta Saïra, «ho preso il bus numero 14  dalla fermata in via Piovese per raggiungere il Libraccio e prendere i libri di scuola a mia sorella che frequenta la prima superiore. All’altezza dell’ospedale ho suonato per prenotare la mia fermata, il bus si è fermato ma l’autista non ha aperto le porte e a quel punto  mi ha chiesto di mostrargli il biglietto dell’autobus.

Era evidente che la ragione non era chiedermi il titolo di viaggio: sul bus c’erano quattro persone, che sono salite alla mia stessa fermata e a nessuno è stato chiesto nulla, né al momento di salire, né al momento di scendere e neanche durante il tragitto. E così alle persone che sono salite – e scese – durante la corsa. Perché chiederlo solo a me? Perché non domandarlo a tutti? L’ho chiesto al conducente».

Ed è a questo punto che la giovane si convince ancora di più delle intenzioni dell’autista: «Aveva un obiettivo, il mio colore della pelle», sottolinea Saïra, «Si è messo a commentare a voce alta che non avevo il biglietto, mi ha perfino fatto il verso, dandomi della “scema” e della “stupida”, dicendo che dovevo imparare a parlare.

Conosco bene la lingua italiana, è la mia lingua, frequento l’Università e conosco altrettanto bene i miei diritti, da cittadina italiana e da passeggera perché prendo l’autobus da quando andavo a scuola e adesso per andare in facoltà, ad Agripolis, tutti i giorni. So che l’autista può chiedermi il biglietto, ma qui non si trattava del mio titolo di viaggio, altrimenti l’avrebbe chiesto a tutti».

Saïra non si arrende. Lei che di abbonamenti ne ha ben due (uno urbano e l’altro extraurbano), e per di più annuali, è indignata per quello che le è accaduto su un mezzo pubblico: poteva mostrare il biglietto e finirla lì, ma a 21 anni non ci accontenta di “sopravvivere” nel mondo, il mondo lo si vuole cambiare in nome dei valori della  giustizia.

«Potevo mostrargli l’abbonamento, è vero», spiega la giovane, «ma non era giusto nei miei confronti e nei confronti dei tanti extracomunitari costretti a subire perché diversi. Non era la prima volta che assistevo ad atteggiamenti razzisti, a volte striscianti, altre volte smaccati e non potevo stare zitta. Il biglietto non lo si controlla a piacimento, ci sono delle regole: quando sali il conducente può chiederti di esibirlo, ma non perché ho la pelle nera e quando sto scendendo dal mezzo. Gli ho detto quello che pensavo, che lui era un razzista e che doveva vergognarsi».

Intanto il bus arriva in stazione, scendono tutti i passeggeri, nessuno interviene, nessuno prende le parti della giovane. «Non mi aspettavo quell’indifferenza generale», ammette Saïra, «Mi ha molto ferita. Ma non fermata: una volta in stazione l’autista si è alzato, è venuto verso di me, aveva un atteggiamento minaccioso, ma io non ho indietreggiato. Ho preso in mano il cellulare e gli ho detto che l’avrei ripreso. Lui mi ha minacciata che avrebbe chiamato la polizia: non avevo nulla in contrario, come avrei potuto».

Quando è intervenuta la polizia gli agenti hanno chiesto alla ragazza documento e biglietto. «Ho tirato fuori i miei due abbonamenti annuali – rubano ed extraurbano – ho visto la faccia sbalordita dell’autista. Leggo i giornali tutti i gironi, sono informata, non sono una sprovveduta ed è per questo che ho scritto una lettera a BusItalia per denunciare questo grave episodio razzista. Forse l’autista pensava di avere a che fare con una persona debole, ma non è stato così: se stiamo tutti zitti il mondo non potrà andare avanti».

Nel frattempo BusItalia ha aperto un’indagine interna per verificare l’episodio. «Non prendiamo sotto gamba fatti come questo», spiegano dall’azienda. «Atteggiamenti razzisti  da parte dei nostri dipendenti sono puniti con richiami, sanzioni e perfino il licenziamento. Naturalmente le accuse devono essere comprovate. Per questo è già partito un procedimento per accertare la corsa, il mezzo e l’autista coinvolti. C’è un regolamento disciplinare e a quello si devono attenere tutti».

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