Padova Ubs Picta e le meraviglie del Battistero del Duomo: in quei colori c’è il futuro

È un colpo al cuore, questa struttura, affrescata in ogni piccolo angolo dalla maestria del pittore d’origine fiorentina, e formazione lombarda, giunto a Padova per un incarico alla Chiesa degli Eremitani nel 1370

PADOVA. Sorprende, stupisce. La meraviglia si disvela agli occhi e all’anima quando si entra nel Battistero del Duomo. Lo sguardo dello spettatore viene risucchiato, inesorabilmente rapito, come in un vortice verso il Paradiso e il Cristo Pantocratore, della sua cupola, rappresentato, circondato da angeli, santi e sante, secondo uno schema concentrico che conferisce un senso di profondità prospettica all’opera.

È un colpo al cuore, questa struttura, affrescata in ogni piccolo angolo dalla maestria di Giusto de’ Menabuoi. Pittore d’origine fiorentina, e formazione lombarda, giunto a Padova per un incarico alla Chiesa degli Eremitani nel 1370. Dei suoi dipinti s’innamora Fina Buzzacarini. La moglie di Francesco il Vecchio della dinastia dei Carraresi, rappresentante di una committenza, anche femminile, che anticipa il mecenatismo fiorentino, vuole Giusto per trasformare il Battistero nel mausoleo di famiglia (lei morirà nel 1378).

Siamo fra il 1375 e il ’78, e Giusto, che aveva già preso confidenza con il nuovo modello giottesco, al Battistero realizza il suo capolavoro assoluto. Unisce all’uso dello spazio in forma nuova, “giottesca”, con trucchi e illusioni ottiche, colori pastello, luminosi, liquidi, creati per velature sovrapposte, che modula con luci e ombre a proprio vantaggio. Le scene bibliche della Genesi, si svolgono in uno sfondo a finto mosaico d’oro che rifrange la luce.

Così nella Creazione del Mondo, con Cristo, signore del tempo cosmico, di cui è simbolo lo zodiaco con le costellazioni in un cerchio azzurro, il globo terreste è sferico grazie all’uso del chiaroscuro. Un planisfero con i continenti allora conosciuti, dagli Urali alle Colonne d’Ercole, con il Mar Rosso tinto di scarlatto, come erano rappresentati nella cartografia studiata dallo stesso Petrarca.

Quel Petrarca, che alcuni sostengono essere l’ispiratore del ciclo di Giusto, è rappresentato, con la veste nera - nelle pareti dove sono narrate le storie di vita di Cristo e Giovanni Battista - nei Miracoli di Cristo, fra la cerchia di personaggi del tempo in cui ci sono anche Francesco e Fina. Sempre a lui, potrebbe essere legato uno dei misteri del Battistero. La bestia, con sette teste, incoronata con le tiare papali, nell’abside, fra i 43 riquadri che illustrano l’Apocalisse, non è rappresentata come nei testi sacri, e sembra essere un monito contro quello che Clemente V (settimo pontefice francese) stava facendo in quel periodo: il trasferimento del papato ad Avignone. Petrarca invano l’aveva implorato di tornare a Roma.

La capacità di cogliere il reale, quasi in forma aneddotica di Giusto, è una caratteristica molto presente, mirabile in maniera inedita, anticipatoria del Rinascimento, nella rappresentazione dell’antico testamento, dove nell’edificazione della torre di Babele si vede un cantiere medioevale, e due uomini che cadono, come fossimo davanti a un incidente sul lavoro in tempo reale.

Simboli, misteri (la sparizione delle tombe di Fina e Francesco damnatio memoriae a opera della Serenissima?), di cui il Battistero è pregno, e che non si finisce mai di cercare, di cogliere, di scoprire, immersi e travolti da cotanta bellezza.

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