Caro presidente Oughourlian venga allo stadio a fare il tifo come Pertini ai mondiali dell’82

Il presidente del Padova Joseph Oughourlian

Caro presidente del Padova Joseph Oughourlian, come sta? L’ultima volta che l’abbiamo vista e sentita era novembre. Sono successe un sacco di cose nel frattempo!

La cosa più importante domenica scorsa: abbiamo giocato la prima finale promozione. Doveva vedere presidente quanti tifosi c’erano allo stadio, mai così tanti in serie C: c’erano i cori, i canti, le bandiere. Come mai non è venuto? Ha vinto il Palermo con un gol, ma almeno quel gol l’ha fatto sotto la curva da finire, quella a bordo campo più ripida dello scivolo di Padovaland, quella che non è stata aperta nonostante gli annunci. Guardi presidente, se domenica veniva poteva chiederlo lei all’assessore con i Rayban come mai c’è ancora il cantiere. Comunque il Palermo ha fatto gol sotto il pubblico finto delle foto attaccate al cantiere della curva: tutte facce felici che gioiscono e sventolano bandiere, così facciamo finta che il gol lo abbiamo fatto noi. Tiè.

Signor presidente, all’Euganeo poteva anche chiedere a che punto siamo con i lavori del centro sportivo Padovanello: lei ne parlò nel 2019 e sembravano tutti pronti ma poi qui le cose cambiano. Dicono che ora lei sia in Colombia a seguire i suoi affari e la sua squadra: vanno meglio le cose di calcio laggiù?

Presidente, lei è il nostro presidente. Quando lei aveva 10 anni era il 1982. Il presidente dell’Italia era Sandro Pertini. Sa cosa fece? La mattina della finale Italia-Germania, Pertini prese una decisione imprevista: avvisò poche persone e decise di prendere un aereo di Stato per essere a Madrid a tifare per l’azzurro di cui era presidente, l’Italia. E fu una partita memorabile, questo se lo ricorderà anche se era ragazzino. Quando segnammo il 3-1 Pertini saltò in piedi e cominciò a urlare: “Non ci prendono più, non ci prendono più!”. E rideva, e abbracciava tutti, e lui in quel momento era l’Italia. Per questo gli abbiamo voluto tutti bene.

Forse non serve che domenica prenda anche lei un aereo militare per Palermo: basta un charter, un volo privato, mezzi di trasporto veloci che lei frequenta più abitualmente di noi. Potrebbe partire di mattina, arrivare con calma in Sicilia, farsi portare dai nostri giocatori e dirgli: “Sono venuto fino a qui per voi, perchè so che mi farete felice e che a un certo punto potrò saltare sulla sedia e dire: non ci prendono più!”. I ragazzi forse faranno un sorriso per stemperare l’emozione, ma poi giocherebbero per lei, presidente. E giocare per lei sarebbe come giocare per tutti noi: perchè lei, in quel momento, diventerebbe il motore del Padova, i colori di questa squadra che ci abita nel cuore.

Presidente, mi scuso se questa lettera le sarà sembrata un pochino sfrontata. Il punto è che noi biancoscudati siamo fatti così: a volte stiamo lontano, magari pensiamo ad altro per mesi, o semplicemente evitiamo di fare voli pindarici sognando chissà che. Però poi arriva un momento in cui sentiamo il richiamo di questa maglia, ed è un richiamo talmente forte che non possiamo più pensare ad altro. Arriva un vortice di passione forse da sotto il pavè delle piazze, o dall’energia di milioni di mani appoggiate sul Santo, o magari dai pastori disegnati da Giotto, o ancora dalle giovani anime del mondo venute nella nostra Università, o dai miracoli dell’ospedale. Dall’acqua dei fiumi, dal cielo di giugno, da questo amore chiamato calcio. Presidente, non so da dove viene: ma se questo richiamo lo sente anche lei, ci faccia una sorpresa. Con affetto.

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