Bassa padovana, immigrati sfruttati nei campi di ortaggi. Arrestato un imprenditore trentenne

Il Nucleo Operativo dei Carabinieri del Gruppo Tutela Lavoro di Venezia e il Nucleo Ispettorato del Lavoro di Padova durante alcune fasi dell’operazione “Terra promessa”

I lavoratori erano obbligati a turni di anche 15 ore al giorno, senza riposi settimanali, sotto la pioggia e senza servizi igienici

STANGHELLA. Turni da 10, 12, addirittura 15 ore giornaliere, con una retribuzione di non più di 5 euro all’ora. Alloggi fatiscenti dove venivano assembrati per 150 euro al mese a posto letto. Nessun dispositivo di sicurezza, nessuna visita medica, nessun corso di formazione.

Così venivano impiegati 23 lavoratori, tutti stranieri e alcuni irregolari, nella raccolta di ortaggi nella Bassa padovana, e in particolare nella zona di Pernumia. A offrirgli il lavoro un marocchino di 30 anni, titolare di un’azienda di Stanghella che opera nel settore agricolo, che è indagato per il reato di sfruttamento del lavoro e che si trova ora agli arresti domiciliari.

I lavoratori sfruttati, secondo le indagini dei carabinieri, sarebbero tutti cittadini extracomunitari di origine africana, alcuni dei quali irregolari sul territorio nazionale.

L’indagine

Tutto ha inizio nel maggio del 2020 quando prende il via l’indagine denominata “Terra promessa” e condotta dal Nucleo Operativo dei Carabinieri del Gruppo Tutela Lavoro di Venezia e dal Nucleo Ispettorato del Lavoro di Padova, con la collaborazione dei Carabinieri del Comando Compagnia di Este. Ai militari arrivano le denunce dei lavoratori sfruttati, da qui scattano le indagini coordinate dal sostituto procuratore di Rovigo Sabrina Duò.

È bastato poco ai carabinieri per capire che il 30enne marocchino, titolare dell’azienda agricola di Stanghella, reclutava cittadini extracomunitari marocchini, senegalesi e gambiani, impiegandoli in condizioni di sfruttamento in aziende agricole locali. Gli accertamenti dei carabinieri del Gruppo Tutela Lavoro di Venezia, affiancati dall’Arma territoriale di Monselice, hanno messo in campo una serie di servizi di osservazione, controllo e pedinamento, oltre che accessi ispettivi nelle ditte che utilizzavano i lavoratori e testimonianze dei lavoratori sfruttati.

Lo sfruttamento

Non più di 5 euro l’ora, turni di 10, 12, e anche 15 ore lavorative giornaliere, senza riposi settimanali. Impegnati nella raccolta degli ortaggi, obbligati a lavorare sotto la pioggia e nel fango, privati dei servizi igienici e dei luoghi dove potersi cambiare o consumare il pasto. Il tutto sotto una costante vigilanza oppressiva. E senza contare le violazioni relative alla sicurezza e alla salute dei lavoratori sui luoghi di lavoro.

Inoltre ai lavoratori sfruttati, per 150 euro al mese, venivano offerti alloggi sovraffollati in sistemazioni fatiscenti, senza gas e acqua calda.

Tutto questo veniva “accettato” dai lavoratori che spesso per la loro precaria condizione di regolarità sul territorio nazionale, temevano di non trovare altra occupazione e un contratto per l’ottenimento del permesso di soggiorno.

Il modus operandi

Il trentenne marocchino agiva ormai in maniera collaudata.

Come? Si proponeva nel mercato agricolo a prezzi decisamente vantaggiosi per le ditte committenti, che in questo modo beneficiavano del reclutamento e l’impiego di manodopera irregolare, soprattutto in quelle attività particolarmente usuranti e faticose come la raccolta di prodotti agricoli.

È proprio questo tipo di attività sui campi infatti che, per sua peculiare natura, pare si presti meglio al fenomeno dello sfruttamento

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