Maxi truffa alle aziende venete, nuovi sequestri e tre misure cautelari

NICOLA FOSSELLA

Dopo l’arresto di Cerbo a settembre scorso, nei guai altre tre persone. Merci non pagate per quasi 4 milioni

Truffe per un milione e mezzo di euro ai danni di oltre sessanta aziende di tutta Italia. C'è una rete di società fittizie che operavano in provincia di Padova dietro l'organizzazione, messa in piedi da dodici persone – tutte indagate - che secondo la Procura della Repubblica di Rovigo (pm Maria Giulia Rizzo) aveva legami con il clan Mazzei di Cosa Nostra.

Lunedì i Finanzieri del Comando provinciale di Padova coordinati dal colonnello Michele Esposito hanno dato esecuzione a un'ordinanza restrittiva della libertà personale nei confronti di altri tre di questi soggetti che si ritengono appartenere all'associazione per delinquere finalizzata alla truffa. Il Gip di Rovigo, accogliendo le richieste degli inquirenti, ha disposto gli arresti domiciliari nei confronti del rappresentante legale di un centro di elaborazione dati contabili e l'obbligo quotidiano di presentazione alla polizia, con obbligo di dimora nel luogo di residenza, nei confronti di due buyer.

L'organizzazione, stando alle risultanze delle indagini compiute finora, avrebbe rimesso in piedi, nell'arco di due anni, ventotto aziende che erano inattive o decotte, intestandole a prestanome, alterando i bilanci, grazie alla complicità di un professionista e del prestatore di servizi contabili che ora è ai domiciliari. In questo modo le facevano apparire in regole e sane nei bilanci.

Durante il periodo di emergenza Covid, queste aziende avrebbero fatto incetta di merci – prodotti agroalimentari, materiali edili ed elettronici, materie plastiche – pagando con assegni scoperti o con bonifici bancari disposti e immediatamente annullati e poi giustificandosi con problemi di liquidità legati al Covid o con difficoltà di movimento causate dalle restrizioni. I fornitori truffati in questa fase operano nelle province di Novara, Milano, Varese, Modena e – in una fase più recente – anche Padova e Brescia.

Già nella prima fase delle indagini, a settembre del 2021, i Finanzieri della Compagnia di Este avevano eseguito un'ordinanza del Gip di Rovigo che disponeva la custodia cautelare in carcere del promotore dell'organizzazione: si tratta di William Alfonso Cerbo, catanese di 39 anni, condannato in primo grado a 15 anni per mafia nel 2014 proprio perché ritenuto molto vicino al clan Mazzei. Era stato lui, secondo gli inquirenti, a prendere in affitto i capannoni di Sant'Elena e di Carmignano dove la rete aveva le sue basi operative. In quell'occasione erano stati disposti anche gli arresti domiciliari di Ugo Santoro Cotroneo, padovano di 63 anni, ritenuto essere il factotum del gruppo, e l'obbligo di presentazione alla polizia di Davide Gemo, 49 anni, un buyer diverso da quelli fermati lunedì.

In quell'occasione erano stati sequestrati più di venti computer che si sono rivelati preziosi per il proseguimento delle indagini. Ma l'organizzazione non si è fermata e si ritiene che tra febbraio e settembre dell'anno scorso abbia continuato a operare nella provincia di Brescia, facendo scorta di altre merci per un valore di 2,2 milioni di euro, sempre acquisite fuori dai normali circuiti commerciali e sempre non pagate. A settembre scorso parte di questi beni per un valore di 250 mila euro – compresi generi alimentari poi dati in beneficenza ad associazioni della provincia di Padova come la Caritas diocesana e a Casa Amica di Monselice – era stata recuperata. Ma dopo quell'episodio, uno dei buyer che lunedì è stato fermato, aveva portato via alcuni beni sottoposti a sequestro, aggravando così la sua posizione.

A conclusione delle indagini preliminari il bilancio è di otto misure cautelari nei confronti di sei dei dodici membri dell'associazione e dell'individuazione di 3,7 milioni di beni accumulati con il metodo fraudolento. Una parte di questi, per un valore di 1,2 milioni, è stata recuperata, rivenduta e l'incasso è stato destinato al ristoro delle aziende truffate. Nel tentativo di fermare queste condotte illecite, le partite Iva delle società di comodo ancora attive, sono state segnalate all'Agenzia delle Entrate. C'è infine l'aspetto del lavoro: sanzioni per 230 mila euro sono state irrogate al promotore dell'associazione che era anche il datore di lavoro occulto dei dipendenti di quattro società – custodi, magazzinieri, amministrativi, tutti estranei ai fatti - che per sei mesi avevano lavorato senza contratto di assunzione e in violazione dei contratti collettivi nazionali.

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