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Padova, il saluto di Claudio Baglioni: «Il tuo bene ha travolto tutti. Fai buon viaggio Ale, amico caro e dolcissimo»

A San Lorenzo, il funerale di Alessandro Manzella, tetraplegico di 45 anni, è stato un omaggio alla grandezza e alla dignità della vita

elvira scigliano
2 minuti di lettura

PADOVA. Non sembra un funerale. Malgrado il dolore e a dispetto della sofferenza. Perché Alessandro Manzella è lì: nella corsa giocosa dei nipotini davanti al sagrato di San Lorenzo da Brindisi; nei ringraziamenti – infiniti – delle persone che lo hanno conosciuto; nei messaggi di arrivederci dei suoi amici. Primo fra tutti Claudio Baglioni, che gli ha scritto in piena notte un commiato, affidato ad un’amica di Ale: «Ci hai dato il tuo tempo e il tuo cuore, il tuo coraggio e la tua tracotante bellezza, la tua generosità e la sovrumana pazienza – ha scritto il cantante – Ci hai dato i tuoi sguardi chiari, oltre l’orizzonte di quel che si riesce a vedere, ci hai dato la grazia della tua sofferenza. E alla fine sei andato, non potevi più trattenerti, forse era l’ora, anche se non è mai l’ora giusta, ma sempre sarà troppo presto per chi resta, per chi dovrà andare avanti senza di te».

«Ti sei allontanato senza bagagli, hai lasciato qui tutto: il sorriso, l’intuito, il bene impetuoso che travolgeva chiunque ti conoscesse. Le parole non bastano, per te ci vorrebbe una musica, ma non c’è nessuno che sia capace di scriverla: magnifica e soavissima come meriti. Potrebbe riuscirci il mare che insieme alla musica amavi con tutto te stesso: pensa che meraviglia sarebbe se il tuo prossimo universo fosse fatto di acqua e di vento, e il tempo non esistesse, e si potesse correre veloci e leggeri. Fai buon viaggio Alessandro carissimo, dolcissimo figlio, fratello, amico, cavaliere di avventure fantastiche».

Alessandro Manzella è morto a 45 anni, era inchiodato ad un letto, senza potersi muovere, senza poter parlare, eppure la sua esistenza è stata un inno travolgente alla vita; un omaggio alla grandezza e alla dignità della vita.

«Da quando ti ho conosciuto, mi hai dato serenità e mi hai fatto riflettere», ricorda Ekka don Arun Kumar, parroco di San Lorenzo da Brindisi. «La tua vita è stata un calvario, hai affrontato tanta sofferenza, ma non hai mai smesso di voler bene».

La resilienza di Alessandro non era attaccamento cieco alla vita, ma amore autentico per la bellezza stessa dell’esistenza. Avrebbe potuto piangere e non l’ha fatto. Avrebbe potuto maledire il destino e non l’ha fatto. Avrebbe potuto rassegnarsi e non ha fatto neanche questo. Alessandro ha creduto fino alla fine che la vita valesse la pena di essere vissuta. Ieri, al suo funerale, c’erano persone che non si conoscevano.

Ma il loro abbraccio ha avvolto mamma Anna e papà Antonio, il fratello Simone, la cognata Ersilia, i nipotini Nathan ed Edoardo. Perché Alessandro era una persona «che non puoi dimenticare», ha ricordato un’amica. Immobile, univa. Fermo, avvicinava. Muto, parlava. «Alessandro è stato un fiore sbocciato nell’asfalto», l’hanno definito gli amici. La lunga fila di persone che ha desiderato ricordarlo nella chiesa di San Lorenzo ne è la dimostrazione: un insieme di riconoscenza e disperazione che ha saputo cantare la fede caparbia di Alessandro nel celebrare la vita a qualsiasi condizione. 

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