Il Veneto piange il giudice Aliprandi, firmò la sentenza sul Petrolchimico

Il giudice Francesco Aliprandi

A 87 anni, è morto il 16 gennaio nella sua casa di Padova. Dopo la pensione nel 2005, si dedicava ai carcerati

PADOVA. «Un giudice umile, sereno, aperto, dialogante ed equilibrato». Così il procuratore della Repubblica di Padova, Pietro Calogero, aveva descritto Francesco Aliprandi il 22 gennaio del 2005, giorno in cui l’allora 71enne giudice padovano era andato in pensione, lasciando il suo ultimo incarico da presidente della seconda sezione penale del tribunale di Venezia.

Il 16 gennaio, intorno alle 11.30, Aliprandi, 87 anni, si è spento, nella sua casa di Padova con la sua famiglia intorno. Una morte serena. «Averlo vicino fino all’ultimo è stata una consolazione», dice la figlia Chiara.

Protagonista di anni difficili per la magistratura, Aliprandi è stato apprezzato da tutti per le sue rare doti di sensibilità, per la sua professionalità e per quella sua umiltà che ne ha sempre caratterizzato l’azione.

«Ci diceva sempre di essere stato fortunato», racconta oggi la figlia Chiara, «perché riteneva di aver vissuto tempi in cui era più facile fare il suo lavoro. Ed era quasi inutile insistere, dirgli che era stato soprattutto bravo, che si era meritato quello che aveva costruito».

L'ultima fatica di Aliprandi, forse la più grande, sicuramente quella per cui sarà ricordato in modo particolare, è stato il processo di secondo grado per le morti bianche al Petrolchimico, quello terminato il 16 dicembre del 2004 con la riforma della decisione del Tribunale di Venezia.

Una «sentenza storica» aveva affermato il procuratore generale, una fatica che anche il presidente della Corte Giovanni Massagli gli aveva voluto riconoscere negli ultimi giorni prima della pensione, quando il lavoro del giudice padovano era indicato da tutti come esemplare.

Aliprandi nella sua carriera quarantennale in magistratura ha girato tanti uffici giudiziari del Veneto, prima di approdare in laguna: è stato pretore a Padova, poi a Schio, quindi è arrivato al Tribunale per i minori di Venezia, poi di nuovo a Padova come giudice istruttore, quindi giudice del Tribunale, poi presidente della sezione penale a Vicenza, infine presidente in Corte d’appello.

Ha lavorato con Giovanni Tamburrino alla difficile inchiesta sulla Rosa dei Venti, ha istruito il processo per uno dei primi omicidi delle Brigate rosse, quello del poliziotto della Stradale Antonio Niedda, assassinato a Ponte di Brenta nel 1975; ha presieduto il processo ai Nocs, poliziotti accusati di aver picchiato e torturato i brigatisti arrestati per il sequestro del generale Usa James Lee Dozier; a Vicenza si è occupato del processo per il sequestro del giovane Celadon.

Infine, quello sul Petrolchimico, che lui stesso aveva definito il più stimolante. Dopo la pensione ha dato più spazio al suo impegno civile, lavorando al fianco di associazioni impegnate nelle carceri.

Un modo - diceva lui - per vedere la realtà anche da un punto di vista diverso, quasi opposto, rispetto a quello che aveva avuto in magistratura. E poi faceva il nonno. Insieme ai due figli, lo piangono cinque nipotini, ai quali mancherà il suo affetto ma non il suo esempio.

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