“Made in Italy” con 154 operai irregolari Iva e contributi evasi per 13 milioni

Le Fiamme gialle hanno denunciato 7 imprenditori cinesi, titolari di 5 società di Casale di Scodosia Sfruttando i lavoratori, gestivano le commesse di appaltatori vicentini per i grandi marchi della moda

casale di scod.

I grandi marchi della moda appaltavano le commesse alle aziende vicentine, che a loro volta sub-appaltavano ad un’azienda tessile cinese con sede a Casale di Scodosia. La società orientale scaricava poi tutto il lavoro su altre quattro realtà, sempre gestite da cinesi e localizzate a Casale. Qui lavoravano con orari massacranti e in barba a ogni regola di sicurezza 154 lavoratori, tutti stranieri, perlopiù impiegati in nero o con contratti farlocchi. Il risultato? Il prodotto finito, venduto come “made in Italy”, era in realtà il risultato di una filiera dello sfruttamento, in spregio a ogni legge concorrenziale e peraltro con un “buco” di tasse e contributi per quasi 13 milioni di euro. Il meccanismo è stato portato alla luce dai finanzieri del Comando provinciale di Padova, a conclusione di un’indagine delegata dalla Procura di Rovigo (pm Maria Giulia Rizzo) e condotta in sinergia con l’Inps.


Tutto nasce da un controllo compiuto dalle Fiamme gialle atestine comandate dal capitano Andrea Zuppetti: nel 2019, le autorità scoprono un capannone in via Nuova a Casale in cui lavorano numerosi operai cinesi senza regolare contratto, o comunque assunti con un part-time del comparto dell’artigianato. Peccato che le ore di lavoro non siano 18, come prevede quel contratto, ma quasi il doppio. Nella stessa via vengono scoperti altri quattro capannoni (tutti acquistati tramite asta giudiziaria) intestati ad altre quattro ditte. Le condizioni di quei laboratori tessili sono le stesse. In tutto sono 154 i lavoratori identificati dalla Finanza: molti di loro mangiano e dormono in fabbrica, e portano in azienda pure i figli (pur senza farli lavorare). Si lavora anche di notte e nei periodi registrati come ferie o aspettativa non retribuita.

La ditta principale è intestata a F. X., donna cinese di 43 anni. Ufficialmente conta due soli dipendenti. Le altre quattro sono intestate a un prestanome ma fanno tutte riferimento alla realtà della 43enne. A queste cinque società arrivano le commesse di dodici appaltatori vicentini, che si tappano gli occhi di fronte a un paradosso: come fa una struttura con due soli impiegati a gestire quei grossi carichi di lavoro. Facile a spiegarsi: la ditta madre di F.X. ha come serbatoi di manodopera le altre quattro società, utilizzate con il meccanismo “apri e chiudi”. Prima di cessare l’attività, queste realtà trasferiscono i lavoratori dall’una all’altra impresa, omettendo sistematicamente il versamento dell’Iva e dei contributi di natura previdenziale e assistenziale. Una serie di false fatture, poi, consente a tali società “fantasma” di giustificare contabilmente l’illecito impiego di manodopera.

La voragine creata da questo sistema fraudolento è di 13 milioni di euro: omessi versamenti di Iva per circa mezzo milione di euro, emissione di fatture false per oltre 7, nonché un’evasione contributiva che si quantifica in 1 milione e 800 mila euro. Con riguardo alla società di capitali, inoltre, è stata accertata un’evasione ai fini Iva e Ires di 3 milioni di euro circa.

A indagini chiuse, sono scattate denunce per sette soggetti, tutti cinesi, responsabili di reati tributari e omissioni contributive previdenziali e assistenziali. Le società sono state segnalate per le violazioni in materia di responsabilità amministrativa degli enti. Nei giorni scorsi il Tribunale di Rovigo ha inoltre firmato un provvedimento di sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, per oltre 3 milioni di euro: sono stati sequestrati cinque immobili (tre capannoni e due abitazioni), tre automobili (tra cui un’Audi A5 e un Range Rover Evoque), 53 mila euro detenuti su conti aziendali, le quote sociali dell’azienda “madre” e 77 sistemi integrati di cucitura industriale, composti da postazioni da stiro, macchine da cucire, orlatrici e rivettatrici. Qualora il “buco” accertato non fosse coperto dai titolari delle società cinesi, a rispondere in solido saranno i vertici delle aziende vicentine. —



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