«Il mio ex voleva investirmi»: tutto falso, padovana condannata per calunnia

Trenta mesi a Mirta Morello che accusò il manager Molon di aver provato a metterla sotto in auto

PADOVA. Il matrimonio non si è chiuso affatto bene. Negli anni le querele che si sono fatti l’un l’altro hanno portato ad una decina di procedimenti penali, tutti conclusi con assoluzioni o archiviazioni. Ieri pomeriggio in tribunale a Padova c’è stata la prima condanna, patita dalla moglie, Mirta Morello, 51 anni, revisore contabile, residente in via Dei Soncin a due passi dal Duomo, dove un tempo viveva con l’ex marito, il manager Giampaolo Molon, in questo processo parte lesa.

Lui ha ricoperto diversi ruoli, tra gli altri quello di amministratore delegato e direttore generale di Banca Popolare di Garanzia.

Nel 2019 patteggiò 2 anni con la sospensione condizionale dietro la promessa di un versamento di 500 mila euro a Banca d’Italia; il processo era quello per il crac della Banca (il buco fu di 18 milioni di euro) creata da Confindustria Padova sulle ceneri di Interconfidi, consorzio di garanzia degli industriali.

L’accusa è di calunnia

Mirta Morello, difesa dall’avvocato Francesco Cibotto è stata condannata a 2 anni e 6 mesi, senza nessun risarcimento visto che il coimputato Nicola Moscato aveva già risarcito Molon (assistito dall’avvocato Piero Someda) separatamente. Per l’imputata il procuratore aggiunto Valeria Sanzari aveva chiesto 3 anni. La donna era a processo per aver - in accordo con il vecchio fidanzato Moscato, che nel frattempo da lei ha preso le distanze e ha patteggiato la pena – accusato il marito di lesioni volontarie: l’aveva investita con l’auto - così aveva denunciato ai carabinieri - mentre entrava nel garage di casa, arrestando la marcia solo per l’intervento dell’allora compagno. In realtà non sarebbe stato affatto vero: da qui l’accusa di calunnia. L’episodio risale al 12 gennaio 2013 con una querela sporta alla stazione carabinieri di Padova principale. Ma i fatti, secondo la pubblica accusa, sarebbero andati diversamente come ha testimoniato in aula proprio l’ex fidanzato della donna. Ex che aveva pure firmato la denuncia.

«La querela è un falso»

«La querela è un falso. Pensavo che l’ex marito la perseguitasse. Lei me ne aveva parlato come di uno stalker e io l’ho difesa» la giustificazione. Quella sera l’ex marito aveva notato la donna con un nuovo uomo: visto che lei continuava a vivere nella casa coniugale di un tempo, sua proprietà, aveva infilato l’auto in garage, bloccando il basculante e poi abbassando il finestrino. Obiettivo: voleva vedere in faccia il rivale. E quest’ultimo, spinto dai racconti della compagna, aveva affrontato con decisione il manager, sferrandogli in volto tre pugni attraverso il finestrino.

Sul posto erano arrivati i carabinieri con Molon pronto a denunciare. Ma l’ex moglie va al contrattacco. Non fa i conti con il fidanzato che si pente, pensando ai guai del “rivale”. E gli telefona: «Ti avevo aggredito perché lei ti dipingeva come uno stalker... Scusa». Quindi paga un risarcimento, patteggia per la calunnia e, in aula, racconta una nuova versione. Nel 2018 Molon era stato a processo per una presunta aggressione alla moglie, ma il reato fu dichiarato prescritto dal giudice. I coniugi si erano reciprocamente querelati per dei fatti accaduti il 23 ottobre del 2009. La Morello subì due gradi di giudizio venendo sempre assolta.

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