Trecento: il secolo d’oro, quando Padova si fece grande

La città di Giotto e della sua scuola era in eccellente stato di salute sotto tutti i profili: una delle poche, nell’Italia di allora, esenti da lotte civili e faide di partito, politicamente stabile, demograficamente in crescita con i suoi 35mila abitanti

PADOVA. Il secolo d’oro di Padova. Il Trecento è caratterizzato da una vitalità economica e sociale che si riverbera sul piano culturale: come testimoniano le presenze in città di “grandi firme” giunte da fuori, da Giotto a Petrarca, ma anche prestigiose figure interne a partire dal pre umanesimo di Albertino Mussato.

Nel mondo della scienza, spicca Giovanni Dondi dall’Orologio, figlio di quel Giacomo cui si deve la realizzazione della torre con l’orologio pubblico: è lui a realizzare nel 1364 dell’Astrario, meccanismo che consente di rilevare i moti del Sole, della Luna, di Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, e che segna una svolta epocale nello studio del cosmo.

È una città in eccellente stato di salute sotto tutti i profili: una delle poche, nell’Italia di allora, esenti da lotte civili e faide di partito, politicamente stabile, demograficamente in crescita con i suoi 35mila abitanti, che salgono a 60mila considerando quelli del territorio circostante.

L’economia è in pieno boom, con una serie di attività diversificate, e con il tessile che mantiene la posizione di settore trainante, grazie alla tipica pecora padovana, basandosi sulla produzione di stoffe di cotone, lana e seta.

I “panni pavani” si vendono bene in Italia, ma conquistano anche importanti mercati esteri, dalla Germania a Costantinopoli. E tutto questo richiama in città manodopera generica e specializzata dall’Emilia, dalla Lombardia, soprattutto da Firenze che in quel momento è considerata la capitale della manifattura italiana.

Una fitta rete d’acqua agevola gli scambi commerciali, ma alimenta anche numerose attività industriali. Dai boschi del Trentino e dell’altopiano di Asiago arrivano via fiume lunghi convogli di legname; dall’area dei Colli Euganei marmo, frutta e lana; nella grande zona portuale di Altinate attraccano imbarcazioni cariche di pesce, frutta e verdura, provenienti da Venezia.

La mappa fluviale vede in opera, scavati dall’uomo, il Naviglio, il San Massimo, il Santa Sofia, l’Alicorno, la Bovetta. Lungo i corsi d’acqua sorgono diversi mulini; in particolare al ponte delle Torricelle si sviluppa un grande impianto di macinazione alimentato da una decina di ruote che trattano il grano e la lana, ma vengono usate anche per produrre olio.

Nel 1301, una legge apposita potenzia il ruolo del Palazzo della Ragione come prestigiosa sede di mercato dei panni. L’edificio è il simbolo del patto solidissimo tra pubblico e privato: eretto tra il 1218 e il 1219, il luogo dove viene esercitata la giustizia illuminata dalla ragione (da cui il nome).

Vi trovano sede le magistrature del governo cittadino e gli uffici curiali; vi si tengono le solenni assemblee pubbliche che anticipano gli odierni consigli comunali. Ma al tempo steso diventa rapidamente il punto di riferimento della vita urbana, in cui convergono quotidianamente gli interessi di centinaia di persone e decine di figure professionali diverse, dando vita a un vitalissimo centro commerciale ante-litteram.

Questa prosperità è la diretta conseguenza dell’illuminata leadership dei Carraresi, che attraversa di fatto l’intero secolo. Figure di assoluto prestigio, che investono programmaticamente sulla cultura: a partire dall’università vecchia ormai di quasi un secolo, per la quale arruolano docenti di grande levatura da fuori pagandoli profumatamente; e nella quale realizzano anche una sorta di anticipo dell’odierno Erasmus, mandando i migliori studenti a frequentare stages alla Sorbona. E qui rientra il capitolo “grandi firme”.

È Jacopo II a reclutare Petrarca portandoselo a Padova: il poeta arriva in città nel 1349, a 44 anni di età, già circondato da un’elevata fama a livello europeo. La signoria gli fa dono di un terreno ad Arquà, sui Colli Euganei, dove Petrarca fa ristrutturare una casa che egli stesso definirà “il mio secondo Elicona”, dove trascorrerà la fase conclusiva della sua esistenza.

Dell’intera dinasty Carrarese, la figura di maggior spicco è quella di Francesco il Vecchio, che opera nella seconda metà del secolo, animato dal disegno di fare di Padova una protagonista nello scacchiere dell’Italia settentrionale dell’epoca.

Francesco è titolare di vaste proprietà fondiarie in città e provincia, imprenditore attraverso il controllo del fondaco dei panni, operatore finanziario di primo piano attraverso investimenti e prestiti a tutto campo.

Per ribadire l’autonomia e l’indipendenza di Padova potenzia la zecca, che controlla un articolato sistema monetario: il ducato d’oro, il carrarese, il carrarino, il soldo, il quattrino, il bagattino, il denaro piccolo. Si tratta di denaro che circola fino al Friuli, l’Istria, la Slovenia e la Croazia, e che alimenta un vasto indotto composto da orefici, incisori, cambiatori, mercanti.

Un protagonismo destinato inevitabilmente a far entrare tuttavia Padova in rotta di collisione con la potente Serenissima, volta a consolidarsi in terraferma. Mettendo fine all’autonomia cittadina nel 1405: lì si chiude il secolo d’oro.

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