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Sperpera il patrimonio dell’anziana padovana assistita. Condannata ad un anno di carcere

Rosaria Bonuso, secondo una perizia, era malata di shopping.  Per lei è solo l’ennesima condanna di una lunga serie. Si è intascata almeno 64 mila euro

PADOVA. Aveva cercato di proporsi come una seria professionista colpita da una grave crisi depressiva tanto da far confusione come amministratrice di sostegno nella gestione dei patrimoni dei suoi assistiti.

Di fatto la condanna a un anno di carcere (in continuazione con una precedente sentenza a 3 anni e 4 mesi pronunciata dal tribunale di Trieste) inflitta mercoledì pomeriggio a Rosaria Bonuso, 57enne di Vicenza, è solo l’ennesima. E sempre per peculato, oltre ad altre contestazioni di contorno.

Già perché l’ex assistente sociale, che nel passato ha lavorato nei Comuni di Battaglia e Pernumia, sembra essersi specializzata nell’arraffare decine di migliaia di euro destinati a passare per le sue mani nel ruolo di amministratrice di sostegno.

Mercoledì la condanna di Padova mentre quella di Trieste, che risale al settembre 2016, è ormai diventata definitiva; nell’autunno 2017 la condanna (in primo grado) del tribunale di Vicenza a 2 anni e 9 mesi; ancora la condanna (stavolta per appropriazione indebita) a un anno e un mese sempre del tribunale di Padova nel maggio 2018; infine nel luglio 2020 la condanna a 5 anni del tribunale di Pesaro (in primo grado) per peculato. Insomma un’amministratrice seriale nell’impadronirsi e sperperare il danaro di persone anziane e non autosufficienti.

Mercoledì assente in aula l’imputata, difesa dall’avvocato Alberto Pellizzari; presente l’avvocato Massimo Leva che si era costituito parte civile per la vittima (una signora padovana del 1928) e le due nipoti. Il pm Sergio Dini aveva chiesto la condanna a un anno e otto mesi sempre in continuazione.

Rosaria Bonuso era chiamata a rispondere oltreché di peculato anche di falso ideologico (un amministratore di sostegno è pubblico ufficiale) e di inosservanza di un provvedimento del giudice. È il 7 settembre 2012 quando Bonuso – presente in una lista di esperti per diversi tribunali italiani – viene nominata dal giudice tutelare di Padova amministratrice di sostegno di una pensionata affetta da una grave patologia.

L’anziana non è in grado di provvedere a se stessa, non a caso a dicembre viene ricoverata in ospizio: al suo patrimonio e alla pensione ci penserà Bonuso. Eccome se ci pensa: dal 2012 fino al settembre 2015 la 57enne effettua una serie di prelievi in contanti e con il bancomat per 44.471 euro; poi fa dei pagamenti per oltre 4 mila euro tramite assegni collegati al conto dell’assistita senza specificare “a favore dell’amministrata”; infine si intasca altri 15 mila euro riscossi in nome e per conto della vittima (i canoni di locazione di un appartamento) senza contabilizzarli. Nel frattempo nei rendiconti trasmessi in tribunale l’amministratrice indica una situazione patrimoniale più “leggera” per non far rilevare quelle distrazioni e per far apparire come necessaria la vendita di un immobile dell’amministrata. Vendita bloccata dal giudice il 16 aprile 2015 con un provvedimento violato da Bonuso che, il 29 del mese, sottoscrive in uno studio notarile un preliminare per 120 mila euro mai andato in porto.

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