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L’architetto Valle: «Quel murales va cancellato dalla facciata dell’edificio di mio padre Gino»

Il dibattito sulla facciata di uno dei palazzi del Polo di psicologia a Padova, in viale Venezia: «L’architettura non è uno sfondo, non è neutrale. L’opera realizzata non è brutta, ma è inadeguata»

PADOVA. «Se l’opera in via Venezia è temporanea, il problema non sussiste. Altrimenti va cancellata. Siamo disponibili a trovare un accordo, magari riproducendo il murales su un muro ceco, interno alla piazza».

L’architetto Pietro Valle, figlio di Gino, oggi alla guida del prestigioso studio di Architetti con sede ad Udine e Milano, è pronto ad aprire ogni porta del dialogo, ma sul fatto che l’opera di Nerone non debba stare sulla facciata del complesso da lui progettato, non ha dubbi.

L'architetto Gino Valle

«Collaboriamo con l’Università di Padova da più di 20 anni», continua, «fu mio padre Gino ad iniziare questa collaborazione e l’ultimo intervento – la sala congressi all’interno del polo di via Venezia – la stiamo completando proprio in questi giorni. Ammetto che con un rapporto così duraturo non essere stati avvertiti dell’iniziativa ci ha stupiti. Ho saputo del murales da un amico architetto con un messaggio. Ho chiamato subito l’Ufficio sviluppo ed edilizia, ma mi è sembrato di capire che la decisione non è passata da loro perché aveva l’avvallo diretto del rettorato».

«Sono sicuro chiariremo», aggiunge l’architetto, «del resto non siamo contrari all’integrazione delle nostre opere con l’arte. Al contrario, dimostrazione ne siano le sculture di Antonio Ievolella che sono state trasferite dalla Stazione all’interno del polo di via Venezia con la nostra collaborazione».

E arriviamo al cuore della questione: l’immagine.

«Il polo universitario padovano – sottolinea il professionista – ha un valore di immagine, per noi come studio e per la stessa Università. Che quest’ultima non si renda conto che quell’edificio non è solo un muro di sfondo, non è cosa da poco. Nessuno scandalo, capiremo insieme cosa fare».

Ma la proposta, con o senza dialogo, resta di sopprimere l’opera: «Il muro va ripristinato com’era», assicura Valle, «quindi possiamo pianificare il murales su un’altra parete. Quello che mi stupisce è che la Street art non è un’integrazione dell’architettura compiuta, ma una riappropriazione di luoghi degradati e abbandonati. In via Venezia non c’era bisogno di riqualificare niente: sono quattro edifici con gli stessi colori, gli stessi materiali, la stessa filosofia architettonica. Parliamo di un fiore all’occhiello dell’Università, che ospita Psicologia, il Centro linguistico, una sala di 520 posti e che è costata – nell’insieme – 35 milioni di euro. L’architettura non è uno sfondo, non è neutrale. L’opera realizzata non è brutta, ma è inadeguata». 

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