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Devastato il Campus padovano dove vivono i ragazzi salvati da don Luca. «Li vogliono in strada»

Una delle stanze messe a soqquadro al campus Kidane

I minori ospiti al Kidane sono partiti domenica per il mare. «È opera di chi li vuole sfruttare ancora per spaccio e furti»

PADOVA. Quando lunedì mattina è arrivato al Campus Kidane don Luca Favarin stava già rimuginando sulle cose da fare: l’idea era di approfittare dell’assenza dei ragazzi, partiti domenica per qualche giorno al mare, per lavorare su un po’ di scartoffie burocratiche. Quelle non mancano mai.

La “casa” degli undici minori tolti dalla strada e strappati al racket dello spaccio e dei furti, sarebbe stata tranquilla senza la presenza vivace e talvolta fin troppo esuberante di quei giovani. Ad attendere don Luca c’era però una brutta sorpresa.

Se ne è reso conto appena varcato il cancello su via Varmo e raggiunta una delle casette in cui è diviso il Campus Kidane. Il balcone della porta era danneggiato. A don Luca è salita la temperatura, che i 34 gradi che picchiavano sul cortile desolato erano niente a confronto.

I timori del prete degli ultimi ha trovato conferma: sul retro una porta finestra divelta, dentro armadi e cassetti svuotati, tutto ciò che contenevano buttato in giro. Anche nell’ufficio tutto era sottosopra. Nelle stanze di servizio flaconi di detersivo svuotato sui pavimenti, in cucina cartoni del latte gettati in terra. Mancano solo due computer e alcuni faldoni relativi alla storia e al percorso di integrazione dei ragazzi. Elementi che hanno subito escluso per don Luca l’ipotesi del furto: quella avvenuta al Campus Kidane è stata un’offesa alla comunità e - è convinto il prete - un attacco deliberato al percorso di recupero e integrazione intrapreso dai ragazzi.

La scoperta

«Ero passato domenica sera ed era tutto a posto» racconta don Luca, «durante la notte non c’era nessuno nel Campus perché i ragazzi erano partiti la domenica per trascorrere qualche giorno al mare. Chi ha agito sapeva bene che non ci sarebbe stato nessuno e non ha aspettato nemmeno un giorno. Ci sono segni di un tentativo di forzatura su uno scuro della porta anteriore, ma sono entrati da dietro, sfondando una porta finestra a vetri. Dentro hanno fatto un macello: tutti gli armadi e i cassetti sono stati aperti, le ante divelte, tutto gettato in giro, dagli abiti agli oggetti, hanno rovesciato detersivi, latte, il finimondo».

Lo scoramento in don Luca è durato il tempo di concludere il giro per la casa. Poi ha reagito, come sempre. Come è abituato a fare chi ha dimestichezza a veleggiare con venti contrari. «Ho chiamato la polizia, la Scientifica è rimasta qui parecchio: chi ha agito non ha improvvisato ed è stato attento a non lasciare tracce».

Il movente

«Mancano due computer e alcuni faldoni con la documentazione sui ragazzi. Ed è quello che chi è venuto stanotte evidentemente cercava. Qualcuno lì fuori non vuole che salviamo questi ragazzi» sostiene il presidente della coop Percorso Vita, «li vuole in strada, pedine del crimine a basso costo e alta efficienza. Il fatto che il percorso di integrazione stia funzionando crea disturbo a chi vorrebbe continuare a sfruttarli nel traffico di droga e nei furti. Ma non ci fermeranno» reagisce don Luca, «si va avanti, più convinti che mai».

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