Tanti auguri Aldo Comello. Ecco gli ottant’anni di un cronista d’altri tempi

Tra i fondatori del Mattino nel 1978, ha consumato suole di scarpe e gomme di bici per muoversi e raccontare la sua Padova con preparazione, umanità e tanta ironia

PADOVA. Un esemplare doc del buon vecchio giornalismo da piedi: nel metodo, s’intende, non certo nei contenuti; anzi.

Viene da lontano il lungo viaggio di Aldo Comello nel paese della notizia: iniziato oltre mezzo secolo fa, e affrontato andando a cercare e verificare i fatti sul posto, in presa diretta, anziché aspettare che arrivino in redazione mediati e storpiati per strada da troppe fonti cialtrone.

Quello che oltre due millenni fa faceva Erodoto, primo grande e vero giornalista della storia. Una scelta anche fisica, la sua: sdegnando patente e motori, si è affidato alle proprie gambe, sia macinando chilometri podistici lungo la strada, sia affidandosi allo slow-vivere della bicicletta. Su e giù per la sua amatissima Padova, mettendo assieme nei decenni, tra strade e piazze, qualche decina di giri del mondo.

Ci siamo conosciuti “temporibus illis”, seconda metà degli anni Sessanta: entrambi studenti di Scienze Politiche con la voglia di giornalismo nel sangue, facevamo gli abusivi a tempo pressoché pieno, lui nella redazione padovana del “Gazzettino”, io in quella del “Resto del Carlino”, raggranellando quattro sudate ma godutissime lire.

Alla domenica seguivamo entrambi il rugby, che all’epoca in città aveva due squadre di punta, Petrarca e Fiamme Oro: a volte raggiungevamo lo stadio assieme, lui in bici mi dava un passaggio sulla canna. Entrambi, durante la settimana, praticavamo il “perseverare diabolicum” da mattina a notte, cercando intanto di mandare avanti l’università.

Gavetta totale e seriale, occupandoci di tutto, specialisti nel campo delle notizie minori, ché quelle vere spettavano alla redazione. Di tutto davvero: incluso il bollettino settimanale dell’afta epizootica, che si ritirava al giovedì in Camera di Commercio, e la raccolta per telefono delle programmazioni dei cinema, attenti a non sbagliare gli orari.

L’abicì del giornalismo l’abbiamo imparato lì, nella palestra del gusto della scrittura condito con la verifica puntuale della notizia: via via salendo i gradini fino a entrare a tempo pieno nel mondo ufficiale della carta stampata. Che Aldo ha vissuto in modo davvero integrale, occupandosi soprattutto di bianca e di economia, senza mai guardare all’orologio: inclusi i consigli comunali conclusi a notte fonda, e proseguiti poi informalmente fino alle ore piccole ai tavoli del “Falconiere” assieme ai politici, attingendo sussurri, aneddoti e rapporti umani; favoriti nel suo caso da un mix di trasparenza, affidabilità e competenza davvero unici. Volergli male, non si poteva proprio neanche quando si veniva criticati.

Per decenni, Aldo ha fatto parte dello skyline urbano della sua Padova, andatura caracollante, sorriso intramontabile, tra le dita l’ennesima sigaretta che era diventata ormai una protesi, una sorta di sesto dito della mano destra.

I suoi pezzi restano uno straordinario esempio di cultura, approfondimento, preparazione, umanità, ironia, qualità di scrittura: in questo, il migliore della nostra generazione.

Profondità di contenuti, pennellate di narrazione, rispetto della persona quale che fosse la notizia. Vera dote del giornalista è l’umiltà, ha detto una volta. Lui ce l’aveva nel Dna.

Ha fatto parte del gruppo fondatore del “Mattino di Padova”: nel periodo di gestazione, durante la settimana si facevano numeri zero e al sabato ci si trovava per discuterli. Una volta a questi incontri arrivò anche Giorgio Mondadori, padre del progetto editoriale del giornale.

Aldo trattava tutti con grande rispetto, dando a ciascuno del lei; a un certo punto il direttore, Nino Berruti, lo invitò tra noi a darci del tu. Quel sabato mattina, stette ad ascoltare con attenzione l’editore, macinando qualcosa dentro di sé. A un certo punto così parlò Aldo Comello in rigoroso dialetto: “No, parché, vedito Mondadori…”. Un collega gli sferrò una pedata sotto il tavolo, ma la frittata era fatta.

Ormai sono un dinosauro, si è definito di recente: lunga vita ancora, caro buon vecchio Aldosauro. E quando, “ad multos annos”, ti ritroverai a tu per tu col Paròn Grando, come lo chiamiamo qui in Veneto, non ti preoccupare se ti sfuggirà un “no, parché, vedito Padreterno…”.

Lui capirà.

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