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La strage dei ragazzi. De Leo: «Basta illazioni sull’incidente»

I genitori di Nicola e Vittorio: «Anche noi vittime di chi scredita processo e sentenze. Va rispettata la verità giudiziaria»

PADOVA. Testimonianze concordanti, tipologia di lesioni e nessun “gioco di potere” sono alla base della verità giudiziaria sull’incidente del 5 aprile 2005 a Riese Pio X che costò la vita a Mattia Tindaci, 18 anni e ai fratelli Nicola e Vittorio De Leo, 18 e 17 anni.

Dopo oltre 15 anni lo sostengono con forza i coniugi De Leo che intendono così rispondere a chi, in particolare sui social, scredita il processo, le sentenze e indirettamente la loro immagine. Lo fanno alla luce delle sentenze affermando come la “verità processuale” (ossia che alla guida della Ford Fiesta ci fosse Mattia Tindaci) sia una verità molto “solida”, «frutto di una valutazione approfondita di giudici che hanno esaminato, autonomamente l’uno dall’altro, gli elementi emersi nel processo».

I genitori De Leo, assistiti dagli avvocati Gian Paolo e Sergio Belloni Peressutti, senza «infierire su alcuno» desiderano però chiarire il loro pensiero su quelli che vengono definiti “punti oscuri” del processo così da liberare il campo da possibili «distorsioni, illazioni o forzature». E questo perché, avendo perso entrambi i loro unici figli, affermano di essere stati sempre ispirati, dentro e fuori le aule giudiziarie, «unicamente dalla ricerca della verità non meno di quanto lo possano essere gli altri soggetti coinvolti».

gli elementi

«Il Tribunale di Padova e la Corte d’Appello di Venezia si sono convinti del fatto che il giovane Tindaci guidava l’autovettura perché molti elementi istruttori depongono in tal senso», scrivono gli avvocati Belloni Peressutti, «prima di tutto le testimonianze rese nell’imminenza del sinistro e poi anche confermate dai soggetti coinvolti (a partire dalla giovane Francesca Volpe presente nell’autovettura al momento del sinistro, per giungere agli agenti di polizia e ai sanitari intervenuti); poi le lesioni fisiche riportate dai ragazzi, essendo quelle di Mattia Tindaci perfettamente compatibili con il ruolo di guidatore munito di cintura di sicurezza, e quelle dei due fratelli De Leo, invece, compatibili con la posizione di trasportati sui sedili posteriori privi di cintura di sicurezza».

il dna sulla cintura

I coniugi De Leo vogliono anche chiarire la questione delle tracce di sangue, rinvenute sulla cintura di sicurezza del guidatore, che non sono risultate essere di Mattia Tindaci. «Queste tracce ematiche sono state ritrovate sulla cintura dopo che i soccorritori l’avevano tagliata e lasciata “penzoloni” tra i sedili anteriori e poi sul dorso (non sulla parte anteriore) dello schienale del sedile lato guida», aggiungono gli avvocati, «in posti dove è ragionevole si sia proiettato, in particolare, il corpo del trasportato che si trovava sul sedile posteriore lato guida, il quale aveva evidentemente subito (diversamente dal guidatore) un importante versamento ematico. In sintesi, la presenza delle tracce ematiche non appartenenti a Mattia Tindaci non è un “mistero” che legittima il sospetto, ma una tra le questioni che hanno trovato spiegazione convincente nel corso del processo».

le lesioni

Non meno importanti i passaggi sulle ferite riportate dai tre ragazzi: «Nessun elemento, neppure indiziario, colloca Mattia Tindaci altrove nell’auto, se non al posto di guida, dove lo ha indicato Francesca Volpe che era lì. Chi ha esaminato le foto dell’autovettura incidentata ha colto come l’impatto col platano sia stato “assorbito” proprio dal trasportato sul sedile posteriore lato guida: circostanza perfettamente compatibile con le devastanti lesioni facciali riportate dal giovane Nicola De Leo, privo delle difese di un airbag e della cintura (mentre il guidatore aveva l’airbag aperto e la cintura allacciata)».

le foto sparite

I coniugi De Leo ritengono che la mancanza delle foto («non scattate, oppure - se scattate - andate per errore distrutte») rappresenti una «grave anomalia nell’indagine», ma che danneggia proprio loro. Infatti, osservano gli avvocati Belloni Peressutti, «questa anomalia che il giudice ha evidenziato per criticare l’operato della polizia, invece nulla dice sullo svolgimento dei fatti. Questo mentre un cospicuo numero di elementi conducono alla verità di cui le sentenze danno conto».

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