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Ecco chi sono i nove arrestati per il crac del Megliadino. Il fallimento dopo 36 milioni di buco, tutti i nomi

Il centro commerciale è affidato a due curatori fallimentari. Il cantiere d’ampliamento è fermo da anni

BORGO VENETO. Come si crea un buco da 36 milioni di euro in un centro commerciale? Il conto è presto fatto: qualche milione di euro di ricavi non dichiarati al Fisco (perlopiù gli affitti incassati dai negozianti), qualche altro milione di mutui non pagati alle banche (in particolare per il finanziamento utilizzato per la realizzazione del centro), un decennio di Ici non versata, Imu e Tasi non corrisposte al Comune di Megliadino San Fidenzio, che oggi si chiama Borgo Veneto. E chissà quanti conti ancora aperti.

La fotografia è quella della gestione del centro commerciale Megliadino, e in particolare della storia fallimentare della Retail Park, una delle società titolari dell’esercizio commerciale inaugurato nel 2007. Storia che, all’ennesimo capitolo di un’indagine che dura da anni, ha portato l’altro giorno all’esecuzione un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di nove persone. A questi soggetti vengono contestati a vario titolo reati come la bancarotta fraudolenta societaria, patrimoniale e documentale, la frode fiscale e l’autoriciclaggio.

LE NOVE MISURE

Quattro le figure finite in carcere: il 53enne Antonio Miano e il fratello Riccardo (entrambi romani), il 57enne Alessandro Muzzarelli e il 63enne Danilo Gasparotto, residenti in provincia di Brescia. Sono toccati i domiciliari, invece, a Gabriella Paneroni, 60 anni, convivente di Gasparotto, e a Paola Scorrano, 49 anni, moglie di Antonio Miano, ma anche per Mauro Agolino, 49enne, direttore di una filiale della Deutsche Bank a Roma. L’interdizione all’attività professionale per un anno è invece scattata per Stefano Perini, architetto di 69 anni, e per Giovanna Paneroni, imprenditrice 53 anni.

GESTIONE POCO OCULATA

Pur con ruoli molto diversi – l’unico che veramente metteva piede a Borgo Veneto era Muzzarelli – i nove sono accusati della gestione tutt’altro che oculata (un eufemismo, visti i buchi lasciati) di due centri commerciali, il Tiberino di Capena (Roma) e appunto il Megliadino. In quest’ultimo, attraverso cessioni di crediti e di rami d’azienda, anche con false fatturazioni, si determina un buco da 36 milioni di euro.

Le risorse “distratte” finiscono in altre società costituite appositamente, da un lato per garantire la continuità aziendale, dall’altro per mettere da parte patrimoni a disposizione degli imprenditori. Non a caso, sono 9,5 i milioni che la Guardia di finanza di Este (che conduce le indagini prima sotto la guida di Chiara Mezzone, oggi con Andrea Zuppetti) sequestra preventivamente negli ultimi due anni.

IL CENTRO OGGI

Oggi il centro commerciale Megliadino è affidato a due curatori fallimentari, Giada De Bolfo e Alberto Guasti. L’attività della struttura non si è mai fermata, ma ovviamente l’assenza di una gestione imprenditoriale sta minando crescita e appetibilità del centro, che già oggi ha effettivamente molti “vuoti”. Negozi sfitti, da mesi. Le vicende degli ultimi anni hanno non a caso interrotto il cantiere d’ampliamento dell’esercizio: l’ultima volontà era di realizzare un cinema da 5 sale, un kartodromo, un bowling, sale per videogiochi, fast food e una zona sulla terrazza per il paint-ball. Il cantiere, oggi, è nel totale abbandono.

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