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Colli Euganei, affonda le radici nell’antichità la lotta in difesa del Serprino

Dal brindisi inciso nella situla venetica al vitigno di Plinio fino all’industria avviata nel XII secolo. L’area dei Colli Euganei abbina al vino la propria identità e si ribella se il ministero la sottovaluta

La storia. I crociati euganei alla difesa del sacro Graal del Serprino, forti di una plurimillenaria tradizione di un vitigno di cui narrava già Plinio, il mitico “pucinum”: del quale si narra che fosse autorevole testimonial Livia Drusilla, moglie di Augusto, e che anche a tale pratica dovesse la sua straordinaria longevità, essendo vissuta fino ai 71 anni.

Tiene banco la mobilitazione dei sindaci dell’area Colli contro la minaccia del ministero dell’Agricoltura che vorrebbe sancire un’etichettatura da “liberi tutti” del celebre vino made-in-Padova, così che chiunque possa farla propria. Riuniti sotto il logo della rinomata bevanda, i combattenti del calice rivendicano un’identità che viene davvero da lontano: perché gli Euganei in fatto di vite vantano senza tema di smentita i quattro quarti di nobiltà enologica.

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Ne è inoppugnabile documento la famosa situla Benvenuti, conservata nel Museo nazionale Atestino di Este, fiore all’occhiello degli antichi veneti: dove nella narrazione affidata al bronzo figura anche un brindisi. E Sergio Giorato, in un suo gradevolissimo e approfondito saggio di una ventina d’anni fa, su storia e cultura del vino negli Euganei (“Pane, ciliegie e vino bianco”, edito da Biblos), parla di bacche di labrusca, una vite selvatica che risale già al primo millennio avanti Cristo.

L’apripista, si può dire, di un filone che si irrobustisce in epoca storica: già alla fine del XII secolo dopo Cristo il conte Alberto da Baone si cimenta con successo nell’imprenditoria vitivinicola importando vitigni di pregio dalla Dalmazia. Diventa così il capostipite di una sequenza di nobili con il fiuto per gli affari, che continuerà fino ai giorni nostri, e che soprattutto tra Ottocento e Novecento si affiderà a grandi firme come i Corinaldi, i Cittadella, i Ferro, i Capodilista, i Papafava.

Merito di una natura generosa, in cui mettono radici vini di pregio quale il Serprino ma non solo, e che ha regalato alla terra euganea un dna vulcanico, ricca di minerali e caratterizzata da un microclima temperato favorevole al ben-essere della vite. Producendo sia nettari per intenditori che generi di largo consumo: già nel Seicento si operava la distinzione tra “vin grosso”, di qualità, per il commercio di alto bordo, e “vin piccolo”, destinato al consumo di massa a basso prezzo.

E di questa delizia tesse l’elogio tra gli altri il Ruzante, includendola nel suo mitico elogio del “pavàn”, cantando le virtù del “vin sgarbozo”, indicato come “un vin che dise, bivimi, bivimi”. Ma le virtù del frutto euganeo della vite sono magnificate nei secoli da vari autori: ne tesse le lodi a fine Cinquecento Andrea Bacci, medico di papa Sisto V; e a una sua particolare etichetta riserva una laude don Casarin, parroco di Cinto, spiegando che “de l’ambrosia o nettare degli dei è sempre il vin moscato”: tipicamente euganeo.

Ecco perché il rischio di de-venetizzare il Serprino viene visto in zona come un vero e proprio scippo ai danni soprattutto dell’erede naturale di quella che in passato veniva chiamata “Pedevenda” e che poi prenderà il nome di Colli Euganei. Famosa proprio per l’uva e il vino, come testimonia il catasto austriaco del 1826 che li cita come i generi più pregiati e commerciati dell’area. Un bene che la fatica degli uomini ha difeso e costantemente migliorato combattendo contro le calamità naturali, e che specie negli ultimi due secoli ha conosciuto miglioramenti sostanziali grazie a investitori di razza: già a fine Ottocento, a Lispida, i conti Corinaldi arruolano enologi stranieri; e un apporto rilevante è quello della Cattedra ambulante di agricoltura, che nello stesso periodo apre una sezione specifica per i Colli Euganei nel palazzetto dei Vicari di Teolo.

Insomma, un pedigree di incontestabile valore per un prodotto che più veneto di così non si potrebbe, e che ha fatto propri lo spirito e la lettera dei celebri Carmina Burana: “Meum est propositum in taberna mori /ut sint vina proxima morientis ori”. Ultimo brindisi-sberleffo a una morte purtroppo inevitabile, sempre crudele, spesso assurda. Presumibilmente astemia.

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