Barbiere da 80 anni ad Agna, Arturo non si ferma. «Aiuto mio figlio e sto con i giovani»

Arturo Busso con il figlio Michele

Assunto ancora adolescente dal falegname del paese per imparare a tagliare barbe e capelli, Arturo non ha più smesso e non si è mai allontanato dalla piazza di Agna. Quando ebbe l’occasione di trasferirsi a Milano con un suo amico scelse di rimanere in paese e di portare avanti la sua bottega in via Roma

AGNA. Il personaggio. Non aveva ancora 15 anni il giovane Arturo Busso quando iniziò a lavorare come apprendista barbiere. La seconda guerra mondiale era iniziata da poco e anche il suo titolare venne chiamato sotto le armi. Non tornò mai più, così tocco a quel ragazzino svelto portare avanti l’attività.

Ottant’anni dopo Arturo è ancora al suo posto, elegante e distinto, con forbici e pettine in mano, ad attendere i suoi clienti più affezionati. Ad agosto compirà 95 anni, frantumando ogni record, per questo il sindaco Gianluca Piva si rivolge a Mattarella proponendo la nomina a Cavaliere della Repubblica: «Mi pare il minimo, è una vera e propria istituzione, incarna la storia del nostro paese e la sua dedizione al lavoro è un esempio per i giovani. Agna gli deve molto».

Arturo ha 94 anni e taglia i capelli da 80 anni

Assunto ancora adolescente dal falegname del paese per imparare a tagliare barbe e capelli, Arturo non ha più smesso e non si è mai allontanato dalla piazza di Agna. Quando ebbe l’occasione di trasferirsi a Milano con un suo amico scelse di rimanere in paese e di portare avanti la sua bottega in via Roma. Neanche quando un’auto gli sfondò e distrusse il negozio si diede per vinto. Oggi l’attività si chiama “Figaro Uomo” ed è condotta dal figlio Michele, che ormai vi lavora da quarant’anni.

«È grazie a lui se sono ancora qua» ammette riconoscente Arturo «è lui che porta avanti l’attività, io cerco di dare una mano, ho i miei clienti, mi occupo di tenere in ordine e pulire, insomma cerco di rendermi utile. Se Michele non avesse fatto questo lavoro probabilmente avrei dovuto smettere da tempo». Il barbiere dei record ammette di essere fortunato perché da decenni fa quel che gli è sempre piaciuto, è in mezzo alla gente e si tiene impegnato. Solo con il lockdwon dell’anno scorso è stato costretto allo stop forzato. «A casa non saprei che fare» aggiunge «qui posso ancora essere utile e poi mi piace perché sto in mezzo ai giovani, quello vecchio qua dentro sono io. Per fortuna ho ancora la mano ferma e ci vedo bene, anche la salute è buona». Già, la salute, tutt’altro che scontata con l’avanzare dell’età, per di più in tempo di Covid. «Siamo sempre stati tutti bene» racconta il figlio Michele «nessun contagio in questo anno di pandemia. Papà è vaccinato già da un pezzo e non ha mai avuto problemi».

Con mano ferma e sguardo attento Arturo fa i capelli ad un cliente, uno dei tanti affezionati, che poi sono pure amici. Normale che tra una chiacchiera e l’altra davanti al grande specchio riaffiorino i ricordi, anche quelli più lontani. Come quel giorno d’inverno del 1944 quando le camice nere giustiziarono in piazza, a pochi passi dal suo negozio, Giulio Gasparotto, giovanissimo partigiano di appena 18 anni. Arturo era un suo coetaneo, corse fuori dalla bottega e vide tutta la scena. Ora in quel punto c’è una lapide a ricordare il delitto: è stata appena rimessa a nuovo, in occasione del 25 aprile.

Il barbiere è uno degli ultimi testimoni di quegli anni drammatici. «Ho fatto barba e capelli a tutti, ai fascisti e ai francesi, ai soldati tedeschi che mi convocavano al comando insediato nella canonica. Poi ho servito anche i partigiani». Quelli della guerra sono sempre ricordi dolorosi, così come gli anni della difficile ricostruzione, quando la miseria era concreta: «Qui c’era la fame vera, la gente si spaccava la schiena nei campi. Non è vero che una volta si viveva meglio». Arturo preferisce guardare avanti, dritto allo specchio davanti al quale, ogni giorno, si rinnova il suo impegno.

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