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Difficoltà a pagare il canone d’affitto, quasi 2 mila i negozi a rischio sfratto

Allarme Ascom, a fine giugno c’è lo sblocco dei procedimenti congelati dal governo per effetto della pandemia

PADOVA. Oltre mille negozi, forse duemila, potrebbero essere sfrattati dopo il 30 giugno, allo sblocco dei procedimenti di sfratto oggi congelati dal Governo a causa della pandemia. Ma per capire questi numeri bisogna fare una ricognizione in tutta la provincia.

Secondo Ascom-Confcommercio ad avere bisogno di un luogo fisico dove lavorare – ufficio, negozio o locale – sono 27.620 imprese del commercio (dettaglio e ingrosso), esclusi i circa 3 mila ambulanti: 5.346 imprese del turismo (alberghi, bar, agenzie di viaggio); 2.737 imprese di trasporti e spedizioni; 2.471 imprese di assicurazioni e credito (agenzie assicurative e banche); 17.066 imprese di servizi alle imprese e parrucchieri, centri estetici, palestre. In totale sono dunque circa 45 mila le imprese che hanno bisogno di un luogo fisico dove esercitare la propria attività.

Ascom Confcommercio stima che, complessivamente, siano nell’ordine del 65% le imprese che sono in affitto, ovvero circa 30 mila. Di queste, almeno la metà esercita attività che il Covid-19 ha messo in ginocchio: moda e ristorazione soprattutto. Ragionando così arriviamo alle 15 mila che potrebbero essere interessate dagli sfratti, ovvero che non hanno pagato l’affitto o faticano a pagarlo.

Tuttavia lo sfratto non è automatico, anzi, richiede l’intervento di un giudice. Inoltre è plausibile che una ripartenza da qui all’autunno possa rimettere in moto i rapporti tra locatori e locatari, per cui è realistico pensare che anche le situazioni difficili dei mesi trascorsi possano essere “riassorbite”. Resta la quota residua di chi, di difficoltà in difficoltà, pur a fronte della possibilità di aprire, farà fatica a rimettersi in carreggiata. E qui Ascom-Confcommercio ritiene la quota non possa superare un 7-12%. Concludendo: gli sfratti potrebbero attestarsi intorno alle 1.000-1.800 unità.

L’ufficio legale dell’associazione di categoria, deputato a seguire gli affitti, a marzo 2020, nel pieno del primo lockdown, aveva provato a ridurre i canoni: in provincia solo il 30% dei proprietari aveva risposto alla richiesta di rimodulazione del canone, di questi solo il 13% aveva risposto che la riduzione era possibile, mentre il restante 17% aveva rifiutato.

Diversa la situazione in città, dove le risposte positive avevano sfiorato l’80%. Tra aprile 2020 e marzo 2021 la situazione si è riequilibrata, nel senso che il 60% delle richieste (città e provincia insieme) ha trovato una risposta e, soprattutto, l’ha trovata in senso positivo, mentre un 40% dei proprietari ha ritenuto di non dover aderire alla richiesta degli affittuari.

Però, se consideriamo che la città è preponderante tra le domande di richiesta di revisione trattate dall’ufficio legale dell’Ascom, l’80% di presa d’atto che scende al 60% indica un cambiamento da parte dei proprietari: «Se nel primo lockdown, soprattutto la città, si era dimostrata “comprensiva – forse perché pensavano che la crisi sarebbe durata poco –, con il passare dei mesi la situazione è mutata perché i proprietari, soprattutto i più anziani, che arrotondano la pensione con l’affitto dei negozi – si sono irrigiditi», spiega Silvia Dell’Uomo, presidente di Fimaa Ascom Confcommercio Padova.

«Al momento, le situazioni affrontate dall’ufficio legale dell’Ascom, non hanno portato a nessuno sfratto, del resto non sarebbe possibile perché esiste il blocco fino al 30 giugno. L’impressione dunque è che gli affitti siano un tema che, con la scadenza di giugno, presenterà alti rischi di esplosione. Finito il blocco la situazione potrebbe essere paragonabile, se non nei numeri sicuramente negli effetti, alla fine del blocco licenziamenti».

Nei casi più gravi lo stesso pericolo sfratto è “fagocitato” da quello della chiusura: non si tratta più di riuscire a pagare l’affitto se l’attività sfrattata è destinata a chiudere per sempre. «Con la crisi provocata dal virus è giusto che non si possa sfrattare», continua Dell’Uomo.

«Tuttavia è necessario superare l’iconografia classica che descrive l’affittuario come un “poverino” che non può pagare e il proprietario come il “cattivone” che vuole solo guadagnare. La nostra città è l’esempio che i proprietari sono spesso pensionati che integrano il loro reddito o famiglie che con l’affitto pagano le rate del mutuo. Mentre non è raro trovare affittuari che prima cambiano l’auto o vanno in vacanza e solo dopo vedono se hanno i soldi per pagare l’affitto. Vorrei che non si demonizzasse il proprietario e non si santificasse l’affittuario». —
 

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