Ucciso da una scheggia in fabbrica, indagine riaperta

Gezim Haka morì mentre operava alla pressa: rischiano il processo il titolare di Unicka e il responsabile alla sicurezza

SAN GIORGIO DELLE PERTICHE. Morte sul lavoro archiviata nel giugno 2018 a 11 mesi dall’incidente in cui perse la vita l’operaio albanese Gezim Haka, 48 anni, una moglie e due figlie giovanissime. Il motivo? Tutta colpa del lavoratore, disattento e negligente, quando quel residuo di lavorazione, schizzato dalla pressa come un proiettile impazzito, lo aveva centrato sul collo.

Maggio 2021: a tre anni di distanza, caso riaperto e in marcia verso il processo. E stavolta il quadro è ribaltato grazie alle indagini difensive dell’avvocato Lucia Rupolo dello studio legale Moro, supportata da Fiom Cgil. Non più il lavoratore sotto accusa, ma il datore di lavoro, l’imprenditore Silvio Busolin, 73enne di Santa Giustina in Colle, legale rappresentante della ditta Unicka srl con sede a San Giorgio delle Pertiche, e il responsabile aziendale della sicurezza, Michele Franchi, 62enne di origine foggiana e residente a Padova, accusati di omicidio colposo e violazione di una serie di norme in materia di sicurezza sul lavoro.

INCHIESTA RIAPERTA

A firmare l’avviso di conclusione indagini, atto preliminare alla richiesta di rinvio a giudizio, il pm Andrea Girlando che, dopo avere letto l’articolata memoria dell’avvocato Rupolo con la richiesta di riapertura dell’inchiesta – memoria già accolta dal gip Cristina Cavaggion, competente a dare il via ai nuovi accertamenti – ha riesaminato la vicenda. Ed è arrivato alla conclusione che si è trattato dell’ennesimo infortunio sul lavoro. «Gli infortuni sul lavoro si verificano nel 90 % dei casi perché c’è trascuratezza come più formalismo che sostanza in materia di sicurezza», spiega l’avvocato Rupolo esperta nel settore. «Si tratta di omicidi, colposi certo. Ed è offensivo parlare di disattenzione».

L’incidente si verifica la mattina del 31 luglio 2017 nell’azienda che produce componenti per auto di lusso: l’operaio avvia la pressa ed è colpito da una scheggia in ghisa che provoca un’emorragia mortale. Il 7 novembre 2017 la richiesta di archiviazione della procura rileva che il lavoratore avrebbe dovuto rimuovere gli sfridi (residui di lavorazione) prima di azionare la pressa, secondo quanto accertato dallo Spisal. E sottolinea che non sono emerse violazioni delle norme antinfortunistiche. L’autopsia eseguita dal dottor Terranova aveva confermato che «la morte nulla aveva a che vedere con condotte colpose imputabili a datore di lavoro e responsabile della sicurezza».

LE TESTIMONIANZE

Inutile l’opposizione della famiglia che, però, non si rassegna. Così, oltre alle relazioni dello Spisal, l’avvocato Rupolo inizia ad analizzare le testimonianze di alcuni lavoratori che vengono di nuovo sentiti. Un operaio dichiara: «Ho avuto un infortunio mai denunciato: temevo di non avere rinnovato il contratto. Tra gennaio e febbraio 2013 stavo lavorando con Haka alla stessa pressa Voronesh: uno sfrido si è staccato e mi ha colpito al ginocchio... Un’altra volta da una pressa è schizzato un pezzo dello stampo di 100 chili passato a mezzo metro dall’operatore».

Una lavoratrice ammette: «So con certezza che si erano verificati episodi di proiezioni di schegge... Ricordo che alcuni schermi di protezione di presse erano scheggiati a causa di ciò». Alcune presse, infatti, avevano protezioni; quella in cui lavorava Gezim Haka ne era priva, almeno prima dell’incidente, salvo poi essere attrezzata con uno schermo. Sempre il legale scopre che il Dvr aziendale (Documento di valutazione dei rischi contenente i rimedi per evitarli) punta a “istruire” gli operai per ridurre le conseguenze di incidenti ma è inadeguato a garantire le misure di eliminazione dei rischi. Dvr che, invece, deve puntare alla massima sicurezza tecnologicamente possibile. —



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