Violenza sessuale e lesioni gravi Il pm chiede sette anni e mezzo

È alle battute finali il processo a carico di Enrico Mabiglia. L’uomo è accusato di aver stuprato una conoscente dopo essere entrato con la forza a casa sua

Fontaniva

Sette anni e sei mesi di carcere: è la richiesta di condanna sollecitata dal pubblico ministero Giorgio Falcone nei confronti di Enrico Mabiglia, 32enne di Fontaniva, accusato di violenza sessuale, violazione di domicilio e lesioni volontarie aggravate nei confronti di una conoscente. Un’aggressione brutale che aveva fatto finire la donna sotto i ferri per una grave emorragia causata da quello stupro. La vittima è morta nel settembre 2017. Tuttavia la sua denuncia e la testimonianza che aveva reso davanti ai carabinieri – peraltro confermate da altri testimoni sentiti durante l’indagine – hanno convinto la pubblica accusa della piena responsabilità di Mabiglia. L’imputato, presente alle udienze, ha sempre negato ogni accusa. Tuttavia, pur dando inizialmente la propria disponibilità a farsi interrogare nel corso del processo, ha poi fatto dietro front. E ha preferito leggere alcune spontanee dichiarazioni, negando del tutto l’accaduto. La difesa (l’avvocato Maria Forestelli) parlerà in aula il prossimo 21 aprile, poi il tribunale (presidente il giudice Vincenzo Santoro) si ritirerà in camera di consiglio: la sentenza è prevista nel pomeriggio.


Ieri il pm Falcone ha ripercorso la triste vicenda. E ha puntualizzato gli elementi di prova a carico di Mabiglia, insistendo sulla coerente ricostruzione della vittima. Il 25 settembre 2015 la signora, una 54enne con qualche fragilità seguita dai Servizi sociali, era andata in un bar di Fontaniva e aveva incontrato Mabiglia. Era un suo conoscente, un compaesano e, insieme, i due avevano scambiato qualche chiacchiera seduti al tavolino. Poi si erano separati. All’uscita del locale si erano ancora incrociati: lui le aveva chiesto di poter andare a casa sua e lei aveva rifiutato. Mezz’ora più tardi, la donna era già tornata a casa quando era squillato il campanello: era andata a vedere chi fosse ed Enrico Mabiglia che, minacciandola, le aveva ordinato di aprire o avrebbe sfondato la porta. «Mi ha scagliato sul letto, di forza. Mi ha abbassato i pantaloni e ha abusato di me...» aveva raccontato la signora ai carabinieri, «Gli dicevo “basta”, cercavo di spingerlo via con le braccia, ma non avevo forza a sufficienza, sopra di me c’era tutto il suo peso. Continuavo a urlare ma non è servito a nulla... Non ha detto nulla. Solo una frase: “Stai zitta”. Sono stati minuti interminabili, forse una decina... Poi è andato via e si è chiuso la porta alle spalle». La vittima era andata in ospedale dove era stata ricoverata per tre giorni come ha ricordato l’avvocato Paola Porzio, legale di parte civile per i familiari della vittima.

A causa della grave lesione, i medici non riuscirono nemmeno a fare un tampone vaginale alla paziente per verificare la presenza di tracce del violentatore. Sul letto della donna, dove si era consumata la violenza, e sui suoi slip, però, i carabinieri del Ris hanno trovato tracce di liquido seminale con componenti compatibili con il dna di Mabiglia. —



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