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L’esattore non è ’ndranghetista. Un pentito scagiona Basile di Gazzo

Domenico Basile, ex ristoratore di Torri di Quartesolo, vive a Gazzo

Respinta la richiesta della procura per i domiciliari, avrà l’obbligo di dimora. L’ex ristoratore di 61 anni è a processo per rispondere di usura ed estorsione

GAZZO. Scagionato dalle affermazioni di un pentito di ’ndrangheta, si ridimensiona il ruolo del presunto esattore e complice Domenico Basile, detto Mimmo: 61 anni, risiede a Gazzo, nell’Alta Padovana, dove avrà l’obbligo di dimora. A lungo è stato gestore di un locale a Torri di Quartesolo e di un’attività a Fara Vicentino.

In Cassazione è stato respinto il ricorso del procuratore antimafia di Catanzaro, Nicola Gratteri, che chiedeva il ripristino della misura degli arresti domiciliari per l’imputato legato al Vicentino, confermato invece l’obbligo di dimora.

Basile è a processo a Catanzaro per usura ed estorsione aggravata nei confronti di un imprenditore padovano e di tentata estorsione aggravata contro un imprenditore vicentino di Altavilla. Per la procura calabrese l’imputato, che viene giudicato con il rito abbreviato, aveva usato metodi ’ndranghetisti per obbligare le vittime a pagare. Avrebbe minacciato gli imprenditori in difficoltà con una pistola

«Il mio cliente non è sodale di alcuna cosca», l’osservazione dell’avvocato Vincenzo Cicino, «e la sua posizione relativa ai capi d’imputazione si è di molto ridimensionata. Sono fiducioso perché le sue sono state operazioni commerciali lecite». La Suprema Corte ha confermato la decisione del tribunale del Riesame di Catanzaro, ribadendo «sia l’estraneità che la non vicinanza di Basile alla consorteria mafiosa e la natura commerciale degli affari intercorsi con alcuni esponenti della stessa, sia talune perplessità sulla configurabilità della contestata minaccia estorsiva».

Decisive sono state le dichiarazioni del pentito Dante Mannolo, legato alla cosca Mannolo al cui vertice c’è il padre, Alfonso. Secondo il il procuratore Gratteri, nell’ambito dell’operazione Malapianta, la famiglia ’ndranghetista aveva allargato i suoi interessi al Veneto, in particolare al Padovano, infiltrandosi per riciclare denaro. Basile venne arrestato con altre persone a fine maggio 2019, decisive furono le dichiarazioni delle vittime taglieggiate, giudicate dai magistrati pienamente credibili. Inoltre, contro di lui la documentazione contabile fornite dai due imprenditori e le intercettazioni telefoniche.

Che cosa è cambiato? Rispetto all’ipotesi del maggio 2019 Basile per la Cassazione non è organico alla ’ndrangheta. «Il collaboratore di giustizia», sottolinea la sezione sesta dell’ultimo grado di giudizio, «ha escluso non solo l’estraneità di Basile alla consorteria Mannolo, esclusa pure dal tribunale del Riesame, ma anche la vicinanza alla famiglia medesima, perché il rapporto tra Basile e Dante Mannolo era di natura commerciale con gli imprenditori di Padova e Vicenza».

E Mannolo per i giudici è credibile. Per questo per l’ex ristoratore c’è solo l’obbligo di dimora a Gazzo in attesa del verdetto. —

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