Pasqua, il delivery non basta entrate in calo anche sul 2020

Per la festività la metà dei localilavorerà utilizzando le consegne Nelle scorse settimane invece il 10% dei ristoranti  ha aperto con il servizio mensa

padova

Una volta a Pasqua i ristoranti registravano il tutto esaurito. Ma una volta era prima della pandemia, oggi invece i consumi sono ai minimi storici. Da un sondaggio dell’Associazione provinciale dei pubblici esercizi (Appe) due locali su 3 ammettono di aver ricevuto, ad oggi, meno richieste dell’anno scorso, quando peraltro era disponibile soltanto il servizio di consegna a domicilio, mentre l’asporto era vietato. Per il 21% dei locali l’andamento è in linea con la Pasqua 2020 e solo per il 13% c’è un “segno +” nelle prenotazioni. Eppure tutti si danno da fare: il 65% dei locali effettuerà l’asporto e il servizio a domicilio (mentre il 19% delle attività effettuerà solo l’asporto), con mezzi propri, senza appoggiarsi a piattaforme esterne e meno del 20% aumenterà i prezzi.


volume d’affari risicato

In termini numerici per domenica nel 63% dei locali hanno prenotato meno di 20 coperti e in un altro 33% un numero compreso tra 20 e 40 coperti. E andrà ancora peggio a Pasquetta: per due locali su tre ad oggi non è pervenuta alcuna prenotazione. Nella migliore delle ipotesi, tra Pasqua e Pasquetta, il mondo della ristorazione genererà un indotto di 1 milione di euro, contro 1,2 milioni dell’anno scorso e i 3,3 milioni del 2019.

«A Pasqua dell’anno scorso speravamo il delivery fosse un’ancora di salvezza – scandisce Erminio Alajmo, presidente Appe – quest’anno non è neppure un piccolo salvagente: i consumatori non hanno più voglia di divertirsi, sono pessimisti per il futuro e si dimostrano stanchi, dopo un anno di limitazioni. Occorre considerare che molte famiglie soffrono una crisi economica dovuta a perdita del lavoro, cassa integrazione insufficiente e in ritardo, chiusura di aziende e, naturalmente, i consumi “voluttuari” sono i primi a essere tagliati».

il menù della festa

Loro, i ristoratori, le carte se le giocano tutte: dalla tradizione con i classici agnello o capretto, al rifiuto della tradizione (un ristorante su quattro) in virtù di una concezione più etica della tavola. Sulla stessa linea i menù a filiera corta come gli asparagi padovani e le erbette spontanee di stagione. Vietati infine i risotti perché incompatibili con il delivery. A conti fatti Appe sostiene che le consegne non siano in grado di tenere in piedi le aziende e la necessità resta una sola: riaprire quanto prima le attività, secondo le linee guida che nel tempo hanno garantito la sicurezza di consumatori e operatori. Al momento è aperto e lavoro quotidianamente, anche se con numeri ridottissimi, il 10% dei ristoranti della provincia (300 su 3 mila) che fanno contrattili mensa aziendale. Fra questi spuntano anche realtà lontanissime dal pranzo di lavoro, come il sushi di via Venezia.

«Dentro il contratto di mensa ci sono situazioni molto diverse – spiega Filippo Segato, segretario Appe – Ci sono le trattorie abituate a lavorare con le aziende che recuperano ili 50%, ma sono casi rari. In media la mensa contrattualizzata vale un 10-20% di guadagni». Inoltre continua a presentare alcune contraddizioni: «Sono esclusi i dipendenti pubblici, le partite Iva, dunque i professionisti e gli agenti di commercio – ricorda Segato – Questo significa che ci sono lavoratori che escono al mattino e tornano a casa la sera e non hanno una toilette di riferimento perché i locali, in zona rossa, non possono far usare i servizi igienici. Oggi affronteremo queste questioni con l’assessore regionale Marcato perché intervenga o porti le nostre richieste all’attenzione del Governo». —



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