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«I miei 77 giorni di inferno con il virus: ho perso 22 chili e i primi passi di mio figlio»

Luca Peraro, imprenditore di Este, è padre di due bimbi. Positivo dal giorno di Natale, è uscito dall’ospedale solo il 17 marzo: ora la riabilitazione 

ESTE. I giorni di ricovero sono 77. Tre sono le settimane di completo blackout. E ancora, 22 i chili persi durante la permanenza in Terapia intensiva. E poi ci sono i segni, che forse raccontano più dei numeri: c’è quella cicatrice sopra il mento, una fossetta di mezzo centimetro causata dalla pressione dell’intubazione.

E l’altro: è il cartellone con scritto “Ben tornato papà” che Victoria, la figlia di 5 anni, gli ha fatto trovare al suo ritorno a casa. Luca Peraro ha 54 anni, è direttore commerciale della Ipe Communication srl di Este, azienda di telefonia da 120 dipendenti, ed è papà di due bambini: Victoria, 5 anni, e Andrea, appena un anno. Il 25 dicembre, nel giorno di Natale, Luca è risultato positivo al Covid-19. Da allora è cominciata quell’odissea ospedaliera che inevitabilmente lascia un segno indelebile nella vita dell’atestino.

La mattina di Natale

«È un racconto di cui, in certi momenti, non so distinguere la parte di realtà, di incubo e di sogno» spiega Peraro «È un racconto che parte la mattina di Natale: non mi sento bene, chiamo la guardia medica e vengo mandato a Monselice per il tampone. Sono positivo. Fanno il test anche i miei bambini e la mia compagna Mirella: loro risultano fortunatamente negativi». A Capodanno i sintomi si acuiscono e Luca - che non ha alcuna patologia pregressa ed è pienamente in salute - finisce nel reparto Covid più “leggero” di Schiavonia. In pochi giorni – è il 2 gennaio – il paziente viene trasferito in una tenda pressurizzata: «Mi mettono il casco per l’ossigenazione e lì inizia la brutta esperienza».

In Terapia intensiva

La brutta esperienza, come la chiama Luca, evolve dopo due giorni con il trasferimento in Terapia intensiva. «Ho solo il ricordo della mega-lampada da sala operatoria all’ingresso del reparto e dei letti disseminati ai lati della stanza, con la gente intubata. Da quel momento comincio a dormire e per me i ricordi si spengono per quasi un mese».

A rassicurare Mirella ci pensano i medici, che quotidianamente aggiornano con una chiamata sulle condizioni del 54enne, che non migliorano. In quei giorni, peraltro, muore un vicino di letto di Luca: «Era il papà di un mio dipendente. Vi lascio immaginare l’impatto che notizie come questa hanno in chi è a casa ad aspettarti».

Il "miracolo"

I medici non assistono ad alcun miglioramento, anzi: la stessa intubazione deve essere interrotta perché il corpo comincia a risentire del prolungato trattamento, con tanto di rischio di infezioni. Viene organizzata una videochiamata con Mirella: Luca è praticamente incosciente, ma il bisogno di contatto per chi è casa è fortissimo.

Il 28 gennaio è prevista la tracheotomia. «A poche ore dall’entrata in sala operatoria, arriva quello che definisco un mezzo miracolo: il corpo ha una inaspettata quanto importante reazione e l’intervento viene sospeso». Comincia il risveglio e Luca passa in subintensiva, dove rimane fino a 4 febbraio.

Ventidue chili persi

«Dalla Rianimazione mi porto a casa un calo di 22 chili» racconta «ma anche una grande perdita di vista, che ho recuperato solo dopo un mese. E poi un forte tremore, tanto che è dovuto intervenire un neurologo. Oggi persiste, anche se minimamente».

E poi c’è l’udito, calato sensibilmente: «Questa conseguenza non è ancora passata. I medici dicono che il mio è uno dei rari casi in cui il Covid lascia questo strascico». E poi c’è quella cicatrice sul mento: «Una fossetta di mezzo centimetro, dovuta alla pressione del tubo per l’ossigeno. I medici dicono che non andrà mai via».

Un marchio indelebile che ricorderà per sempre a Luca questi quasi tre mesi di ospedale. Dal 23 febbraio Luca è trasferito a Conselve (la negatività era già arrivata il 29 gennaio) per la lunga riabilitazione: «Avevo perso l’uso delle gambe e la schiena era letteralmente bloccata, anche per un mio vecchio problema. Il percorso per ritornare normale sarà ancora lungo». L’uscita definitiva dall’ospedale arriva il 17 marzo, dopo 77 giorni di ricovero.

Il bentornato

Ad accogliere Luca a casa c’è un grande cartellone in cui un arcobaleno, dei sorrisi e un cuore fanno da cornice al “Ben tornato papà” scritto da Victoria.

«È la persona che più ha sofferto la mia distanza, vuoi per l’assenza in sé, vuoi perché a quell’età si comincia a capire. E poi c’è Andrea: sono partito da casa che andava a gattoni e sono ritornato vedendolo correre da un capo all’altro della casa».

La compagna Mirella ha dovuto farsi carico, soprattutto nel mese di “blackout” di Luca, della gestione dell’azienda: «C’erano affrontare alcune grosse gare, che avevo sempre e solo seguito io, ma anche alcuni casi di positività tra i dipendenti. Il grande impegno di Mirella e la responsabilizzazione di alcuni lavoratori sono stati fondamentali». La Ipe, peraltro, già nei mesi scorsi aveva donato 50 tablet all’ospedale Borgo Roma di Verona e soprattutto 2 mila cene offerte ai dipendenti dell’Usl 6.

La riflessione

«Devo essere sincero: sono azioni che abbiamo fatto con grande convinzione, ma solo ora capisco il peso che questo virus può avere nella vita di una persona», confida l’imprenditore. Chiude Luca: «Nei giorni precedenti al ricovero ho letto un articolo che parlava di una mortalità del 25% per i ricoverati Covid in Terapia intensiva. All’ingresso in Rianimazione, quelle parole mi sono ritornate alla mente. Mi sono chiesto: “Sarò tra i tre che si salvano?”. Ho avuto paura. Un medico mi ha poi detto di essere stato preso letteralmente per i capelli: potevo essere quell’uno su quattro che non ce la fa. Potevo essere uno dei miei vicini di letto che non ce l’ha fatta. Ho capito il sottile confine tra vita e morte e ho rivisto la scala dei miei valori. Quelle dodici ore di lavoro al giorno, pure di domenica, hanno poco senso di fronte a quello che rischi di perdere da un giorno all’altro: ho imparato molto e me lo porterò dentro a vita». —


 

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