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Cinque figli insieme a Rosa, per Franco è festa del papà tutto l’anno

Colleghi all’ospedale di Schiavonia, lui a contatto con i pazienti Covid s’è positivizzato al virus. Ha passato l’isolamento chiuso in stanza: «Mi sono vaccinato, è una responsabilità civile»  

MONSELICE. Per Franco la festa del papà si festeggia tutti i giorni e non solo il 19 marzo.

Franco Muraro, 50 anni, di Monselice, lavora come infermiere strumentista in sala operatoria a Schiavonia, è sposato con Rosa Lucia, collega di oculistica nello stesso ospedale e, insieme, hanno cinque figli. Vivere in sette in zona rossa e con la didattica a distanza, non è una passeggiata.


Tuttavia la vita di una famiglia numerosa è già quella di funamboli dell’amore, alle prese con tanti impegni e tante esigenze.

«La figlia più grande», racconta Franco, «si chiama Selene, è arrivata quando io e mia moglie eravamo due ragazzini, oggi ha 23 anni e studia odontoiatria. Un anno dopo è arrivato Samuele: l’abbiamo fortemente voluto, ha 22 anni e studia ingegneria meccanica. Noi 4 ci sentivamo la famiglia del Mulino bianco. Ci abbiamo messo un po’ a pensare ad un terzo figlio, ma poi è arrivato Matteo, che ha 16 anni e frequenta l’istituto tecnico informatico: è bravissimo. Da piccolo era così buono che ci è venuta voglia di farne un quarto. E così è nata Beatrice, 13 anni, con la sindrome di Down. A lei è dedicato il sabato sera: divano, pop-corn e cartoni. Bea continua ad andare a scuola in presenza e le fa bene. Con lei ogni giorno è una sfida, ma crescerla in una famiglia numerosa è anche un’opportunità, la sua presenza ci migliora tutti. Infine Francesco, 12 anni, è un patito di matematica e scienza. Lui lo consideriamo una rivincita sulla vita».

Con gli anni e con le nascite c’è stato bisogno di una casa più grande, poi una macchina più comoda, infine un tavolo più spazioso.

«Quando ci sediamo per la cena», racconta Franco, «non abbiamo bisogno della tivù: ognuno racconta la sua».

L’anno scorso, in pieno lockdown, Franco è stato spostato in Rianimazione, a contatto con i pazienti Covid-positivi: «All’inizio c’era tanta paura di contagiarsi, prima di tornare a casa facevo una doccia bollente, era la famiglia a darmi la forza di andare avanti. Malgrado le precauzioni, con la seconda ondata mi sono positivizzato. Ricordo i giorni di isolamento in camera e i figli che mi passavano il cibo alla porta. Quando sono arrivati i primi vaccini per gli operatori sanitari, ho dato subito la mia adesione. Mi sono vaccinato al V-Day di fine dicembre, credo che la vaccinazione sia una responsabilità civile. È l’unico strumento che possa davvero metterci in salvo».

Il 19 marzo, giornata del papà, Franco la divide tra famiglia e lavoro: «Essere padri è un dono grandissimo», dice emozionato, «siamo la roccia su cui la famiglia può crescere e sostenersi, come una pianta rampicante. Ripeto spesso che genitori non si nasce, io lo sono diventato imparando ogni giorno un po’ di più». ––


 

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