La pandemia taglia le cure dei poveri e degli immigrati Alle Cucine calo del 60%

L’ambulatorio medico registra una forte riduzione di pazienti Nel 2020 solo 578 utenti e visite passate da 3.398 a 1.354 

il bilancio

Tra gli effetti della pandemia c’è anche la drastica riduzione delle cure mediche. Succede in ospedale, dove tante prestazioni sono state rinviate, ed è successo anche nell’ambulatorio delle Cucine economiche popolari, dove il servizio medico è attivo fin dagli anni Settanta e dove mai si era registrato un calo dell’utenza come quello che si è visto nel corso del 2020. Anche se il servizio non si è mai fermato - a parte alcune settimane all’inizio del lockdown, il tempo di riorganizzare l’attività, adeguandola ai nuovi protocolli - gli accessi si sono ridotti del 60 per cento, passando dai 3.398 del 2019 (già in calo rispetto ai 4.139 del 2018) a 1.354, numero al quale si possono aggiungere 176 prestazioni infermieristiche. Gli utenti sono stati appena 578, per due terzi uomini e per il resto donne.


I dati emergono dal bilancio del servizio medico predisposto dalla Fondazione Nervo Pasini e dalle Cucine, che della Fondazione sono l’attività principale. «L’andamento mensile delle prestazioni nel 2020», si legge nel documento, «è stato fortemente condizionato dalla pandemia. Nei mesi di marzo e aprile la richiesta di visite mediche si è ridotta drasticamente, per poi aumentare pian piano senza però mai nemmeno lontanamente avvicinarsi ai numeri degli anni precedenti».

Spaventati dal rischio di un contagio o confinati in casa o rientrati in patria, gli utenti abituali del servizio sono spariti dai radar dei medici. Quelli che hanno continuato a usufruire del servizio sono in prevalenza originari dell’Africa sub-sahariana (soprattutto nigeriani, quasi la metà di tutta l’utenza), seguiti da romeni e moldavi (circa il 20%) e da originari del Magreb, del Bangladesh, del Pakistan. In coda alle presenze anche italiani, mediorientali e sudamericani. «Il calo c’è stato anche per il servizio mensa, anche se l’utenza è diversa», spiega suor Albina Zandonà, direttrice delle Cucine, «e una riduzione degli accessi c’era stata anche in precedenza per effetto delle nuove regole che prevedono esclusività di cure per chi non ha altre possibilità, cioè non ha un medico di riferimento. Però l’effetto della pandemia si è sentito in modo forte. Ora cerchiamo comunque di seguire tutti, con percorsi di accompagnamento per chi può avere diritto alle cure in strutture pubbliche e ovviamente per chi è più bisognoso e rischia di non avere nessuna assistenza».

Negli ultimi anni, il servizio delle Cucine è stato riorganizzato in modo importante, con nuovi spazi al piano superiore, una sala d’attesa, nuovi ambulatori e un servizio farmacia. È anche attrezzato con apparecchiature per le emergenze. «Siamo operativi tutte le mattine (9.30-11-30, su appuntamento, ndr) grazie alla disponibilità di una decina tra infermiere e infermieri e venti medici di medicina generale e interna, più alcuni specialisti», spiega il coordinatore medico Giuseppe Realdi. «Siamo in condizione di garantire tutte le attività specialistiche: chirurgia generale, ortopedia, cardiologia, gastroenterologia, epatologia, ginecologia, pneumologia, orl, oculistica, ematologia, immunologia, allergologia e anche pediatria». Farmaci e presìdi sanitari, accesso a prestazioni specialistiche diagnostiche e terapeutiche nelle strutture dell’Usl, rilascio di tessera sanitaria o assegnazione di un medico sono garantiti alle persone indigenti da un protocollo stipulato nel 2018 fra le Cucine e l’Usl. Il resto lo fa il clima di fiducia, la solidarietà e la disponibilità all’ascolto che il servizio di via Tommaseo garantisce alle persone che si avvicinano per qualsiasi tipo di necessità. —



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