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Blocchi autonomi e una torre per la ricerca: ecco come sarà il nuovo ospedale di Padova

Il professore dell'Università di Padova Merigliano: «La difficoltà è stata immaginare con le conoscenze che abbiamo ora una struttura in grado di vivere nel futuro»

PADOVA. Immaginare l’ospedale del futuro in un momento in cui la scienza galoppa. È stata questa la sfida più impegnativa che Azienda ospedaliera e Università si sono trovate ad affrontare al concretizzarsi dell’iter per il nuovo Polo della salute, la prima investita delle competenze tecnico-sanitarie, la seconda responsabile della visione: «Lo sforzo maggiore è stato dover guardare avanti di dieci anni, lavorando non su quello che sappiamo oggi, ma immaginando un ospedale in grado di vivere nel futuro con competenze che attualmente sono di ricerca avanzata» spiega il professor Stefano Merigliano, presidente della Scuola di Medicina dell’Ateneo «e quindi abbiamo dovuto immaginare funzioni che comprendessero le grandi macchine dei big data, i laboratori della proteomica e le biobanche, solo per fare qualche esempio».

Per dare anima e gambe alla visione del nuovo ospedale, assicura, «sono state impiegate le migliori risorse dell’Università, da ricercatori a biologi molecolari passando per economisti e informatici, tutti chiamati a lavorare su un trend». Da qui è nata la relazione sanitaria che è parte integrante del Piano di prefattibilità appena approvato con delibera dell’Azienda Ospedale Università.

Uno dei pilastri fondanti del Polo della salute di San Lazzaro sarà l’aggregazione per aree, facendo germogliare un seme già piantato in via Giustiniani con l’Atto aziendale che ha portato alla suddivisione dei servizi in dipartimenti strutturali e funzionali: «L’idea è quella di mettere il malato al centro di un’area. Ad esempio, se un paziente ha un tumore allo stomaco dovrà avere a disposizione gastroenterologo, oncologo, nutrizionista, chirurgo e radioterapista» prosegue il professor Merigliano «premesso questo, alla luce di quanto successo con il Covid abbiamo deciso di concepire il polo per blocchi flessibili e autoconsistenti.

Laddove inizialmente ci era sembrato più efficiente concentrare le piastre in un unico blocco, dopo la pandemia abbiamo pensato di mantenere le aree di cura divise, in modo tale che se dovesse esserci una nuova emergenza sanitaria saremmo in grado di isolare una parte dell’ospedale, proseguendo con l’attività ordinaria nelle altre: il nuovo ospedale sarà quindi più segmentabile e rimodellabile a seconda delle esigenze».

Gli spazi destinati alla ricerca di base e traslazionale, oltre che a parte della ricerca clinica saranno organizzati in un edificio dedicato, una torre che dovrà avere una collocazione baricentrica nella configurazione del nuovo polo. Tra le altre cose, sarà dotata di “laboratori wet a tema”, dedicati a invecchiamento, scienze cardiovascolari, disordini genetici e terapie cellulari, solo per citarne alcuni: «Questo ospedale avrà a disposizione circa il 35% di spazio in più a posto letto per l’area di didattica e ricerca» prosegue il presidente della Scuola di Medicina «è prevista una importantissima base informatica, l’applicazione dell’intelligenza artificiale e l’uso di big data fondamentali».

In questo scenario si colloca quindi anche la didattica: «L’insegnamento del futuro sarà connesso a ricerca e assistenza, con la possibilità di portare le migliori tecnologie direttamente al letto del paziente» rivela ancora il professor Merigliano «la didattica va verso un modello di organizzazione in piccoli gruppi, con l’utilizzo di modalità di apprendimento innovative quali la medicina virtuale, i simulatori e la formazione a distanza».

Del resto l’ospedale che sorgerà a Padova Est non parlerà esclusivamente alla salute, ma anche al territorio e alla sua economia: «La ricerca e l’innovazione sono motore di sviluppo economico» conclude il presidente della Scuola di Medicina «un ospedale di ricerca avanzata è attrattivo per il mondo dell’industria.

Penso allo sviluppo di farmaci e di vaccini, oltre che a nuove tecniche diagnostiche e di cura. Non è un caso che la Stevanato, che produce contenitori in vetro per farmaci, si quoti in Borsa a Wall Street. E sul nostro territorio ci sono moltissime industrie che si occupano a vari livelli di biomedicale». —


 

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