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«Settanta chilometri per il tampone, quando l’ospedale è a due passi»

La denuncia di una ex consigliera di Masi che non può andare a Trecenta perché fuori provincia 

il caso

Dieci chilometri per raggiungere l’ospedale di Trecenta, trenta e passa per arrivare a quello di Schiavonia, che poi è quello dell’Usl di riferimento. Decisamente meglio risparmiare tempo e chilometri e andare a farsi fare il tampone nell’ospedale rodigino. Peccato che le cose non vadano tutte lisce e per la cittadina di Masi scatti una vera e propria odissea.

La racconta direttamente Daniela Roncolato, 56 anni, ex consigliere comunale: «Un collega d’ufficio ha segnalato la sua positività al Covid e per questo, la mattina successiva, munita di impegnativa mi sono recata al punto tamponi di Trecenta per fare il test rapido».

Perché Trecenta? «Perché abitando a Masi è il più vicino a me: diversamente dovrei andare fino a Monselice – 70 chilometri tra andata e ritorno – con un tempo di percorrenza in orario mattutino di almeno 40 minuti a tratta. E qui si apre il vaso di Pandora del servizio sanitario della Bassa, dove i Comuni confinanti con la provincia di Rovigo e Verona sono i grandi dimenticati, da sempre».

Arrivata al punto Covid di Trecenta alle 8.30 (apertura fissata alle 9), la Roncolato attende l’avvio del servizio: «Quando le incaricate ritirano i miei documenti, si rendono conto che risiedo a Masi, in provincia di Padova, e si rifiutano di eseguire il tampone. Alla mia richiesta di spiegazioni, motivano il rifiuto con il fatto che, in caso di positività, il follow up deve essere preso in carico dall’Usl competente per la mia residenza e mi indicano i punti tampone della provincia di Padova, dove, a quanto dicono, mi devo obbligatoriamente rivolgere. Senza se senza ma».

Le educate proteste non bastano: la donna si rassegna e se ne va. «Pensare di dover partire da Trecenta per arrivare a Monselice significa almeno un’ora di strada. Chiamo il mio medico di base per capire la normativa e lui mi conferma che le impegnative sono valide a livello nazionale. Se mi trovo a Roma e mi servisse un prelievo del sangue ci vado con l’impegnativa del mio medico. Tuttavia, mi dice, non è il primo caso che viene mandato indietro da Trecenta, mentre a Rovigo questo problema non c’è».

La Roncolato prova ad evitare tutta quella strada fino a Monselice e prende in considerazione Legnago, che dista un quarto d’ora. «Preventivamente chiamo il centralino dell’ospedale per chiedere se accettano pazienti fuori provincia: il centralinista mi conferma la possibilità, in più mi specifica che potrebbero sorgere dei problemi solo se il paziente arrivasse da fuori regione».

E così la paziente arriva a Legnago, nel punto Covid di via del Pontiere e in dieci minuti effettua registrazione, tampone e refertazione. Che fortunatamente è negativa. «Trovo assolutamente ingiusto l’atteggiamento dell’ospedale di Trecenta che, a quanto sembra, gestisce i regolamenti a modo proprio e anziché svolgere un servizio al cittadino, deliberatamente lo ostacola, immotivatamente. La prova è che a Legnago la stessa identica situazione è stata gestita in conformità a quanto prevede la normativa, accettando pazienti opportunamente muniti di impegnativa sebbene provenienti da fuori provincia». —




 

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