La crisi dei negozi parte da lontano: a Padova in otto anni chiuse oltre 250 attività

Studio Ascom sulla desertificazione, meno 12% di vetrine. Il presidente Bertin: «Ora un piano di rigenerazione urbana»

PADOVA. Diminuiscono i negozi in centro e in periferia, rispettivamente dell’11,7% nel cuore della città e del 12,84% nelle sue ramificazioni. Lo dice uno studio della Confcommercio Ascom che ha confrontato le aperture in Italia, con particolare attenzione per 110 capoluoghi e altre dieci città di media grandezza, tra le quali Padova, tra il 2012 e il 2020.

L’analisi non è collegata con la pandemia, ma ci dice che il trend delle serrande abbassate era già iniziato per alcuni settori. La fotografia della “Demografia d’impresa delle città italiane” - questo il nome dello studio di Confcommercio - propone un quadro desolante perché negli otto anni tra il 2012 e il 2020 c’è stata una «desertificazione commerciale», sottolinea Patrizio Bertin, presidente Confcommercio Ascom. «In città, secondo l’analisi, si è verificato un cambiamento del tessuto commerciale all’interno dei centri storici che la pandemia tenderà a enfatizzare».


Il calo dei negozi è pari all’11,7% in centro storico (le 1.051 imprese del 2012 sono diventate 928 nel 2020) e al 12,84% fuori dal centro storico (le 1.121 del 2012 sono scese nel 2020 a 977). Tra i settori, chi paga le maggiori conseguenze è il comparto alimentare che lascia sul campo, rispettivamente, l’11,81% di attività in centro storico e il 16,91% nei quartieri. Significativi i numeri relativi ai prodotti in esercizi specializzati (moda, casa, ecc.) che si contraggono del 15,29% in centro storico e del 21,94% fuori.



«La pandemia», spiega Bertin, «ha acuito certe tendenze e ne ha modificate drammaticamente altre: nel 2021 oltre ad un calo ancora maggiore per il commercio al dettaglio (prevediamo un -17,1%), si registrerà per la prima volta negli ultimi due decenni anche la perdita di un quarto delle imprese di alloggio e ristorazione (-24,9%) che pure, fino al 2020 avevano, presi nel loro complesso, numeri in crescita: +4,19% (centro storico) e +1,51% (periferie)». Tra le altre voci, anche il commercio elettronico registra cambiamenti a causa della pandemia: nel 2020 è in calo del 2,6% rispetto al 2019 come risultato di un boom per i beni, anche alimentari, pari a +30,7% e di un crollo dei servizi acquistati (-46,9%).

Aumenta il numero delle farmacie: se nel 2012 erano 34 i punti sanitari in centro storico e 36 nei quartieri, oggi sono rispettivamente 43 in centro e 53 nelle periferie.

«Rischiamo di trovarci città con meno negozi, meno attività ricettive e di ristorazione e solo farmacie e informatica e comunicazioni», continua Bertin, «rischiando di privarci dei nostri centri storici come li abbiamo visti e vissuti prima della pandemia ed è, dunque, molto concreto il rischio che tutto questo si trasformi in minore qualità della vita dei residenti e minore appeal turistico».

L’associazione di categoria avanza precise richieste al presidente del Consiglio, Mario Draghi: «Per fermare la desertificazione commerciale delle nostre città, bisogna agire su due fronti: da un lato, sostenere le imprese più colpite dai lockdown e introdurre finalmente una giusta web tax che risponda al principio “stesso mercato, stesse regole”. Dall’altro, mettere in campo un urgente piano di rigenerazione urbana per favorire la digitalizzazione delle imprese e rilanciare i valori identitari delle nostre città». —
 

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