Azienda ospedaliera, il saluto di fine mandato del dg Donato «Qui ho lavorato con i migliori medici»

Il direttore generale dell'azienda ospedaliera di Padova va in pensione e traccia il suo bilancio. «Dietro ai professionisti ho scoperto il valore delle persone»

PADOVA. È pronto ad attaccare le scarpe al chiodo, dopo aver giocato una grande partita, un po’ a bordo campo per dirigere la squadra, un po’ buttandosi nella mischia, facendo muro alle difficoltà e attaccando le sfide più complesse, non ultima quella contro il Covid: per Daniele Donato, già direttore sanitario e ora direttore generale, è l’ora dei saluti nell’Azienda Ospedale Università di Padova. E la metafora dello sport non cade a caso, per uno che per tanti anni ha giocato a pallavolo da professionista, in tanti campionati di serie A, in due Europei e un Mondiale.

Del bagaglio di esperienze dell’agonismo sportivo ha fatto tesoro nel lavoro, quando, dopo 15 anni da clinico, specializzato in Scienze dell’alimentazione e dietetica, è passato alla direzione. Un ruolo che gli è valso anche il riconoscimento di Best Innovator a livello mondiale. E ora lo attende la meritata pensione.

Direttore cosa le rimane della sua esperienza a Padova?

«Devo innanzitutto dire che mi sento molto fortunato. Già quando fui nominato direttore sanitario nell’Usl 16, si trattava all’epoca una delle aziende sanitarie più grandi d’Italia e poi questo ospedale che a tutt’oggi è il più grande del Paese. Tutto ciò che è stato fatto non è il risultato del mio lavoro e basta, bensì il prodotto di un’organizzazione complessa. È come un treno che corre, non può esserci un vagone che resta fermo, si viaggia all’unisono. Abbiamo maturato la consapevolezza di lavorare come una squadra e voglio credere che sia soprattutto questo l’imprinting che lascio e che mi porto come bagaglio».

C’è qualcosa che non è riuscito a fare?

«Potrei fare un elenco lunghissimo, perché in questo ospedale quando arrivi la mattina non sai mai cosa trovi, o per la tipologia del paziente o per le risposte che i clinici propongono. Bisogna avere una visione di insieme, un disegno generale per tenere la barra, poi però si deve fare i conti con le tantissime urgenze. Ma si è imparato a gestirle proprio perché inserite in una cornice organizzativa solida. Ogni giorno insomma è una sfida che arriva dal paziente, dal medico o dal ricercatore.

Qui non hai una squadra fra le tante, qui gioca l’All Star, e gli stimoli che arrivano sono enormi e la sfida di chi dirige è saper veicolare tutta questa energia. Sostenere una macchina come questa, con 1.740 posti letto, seimila dipendenti che arrivano a 9.600 se contiamo tutti quelli che ruotano intorno, richiede che ogni tassello sia all’altezza, l’eccellenza non è solo dei clinici quindi, ma di tutto il personale».

Qual è stata la decisione più difficile che ha dovuto assumere?

«In questo ruolo bisogna mostrarsi decisi anche quando si hanno delle incertezze perché l’organizzazione ha bisogno di avere davanti qualcuno che ispiri fiducia. Il momento più difficile è stato l’inizio dell’emergenza Covid, perché non avevamo alcuna esperienza. ù

Poi però la task force che abbiamo messo in piedi ha saputo trovare una grande sinergia per affrontare al meglio una situazione inedita e maledettamente complessa. Sono stati commessi pochissimi errori e se ragioniamo in termini di risultati possiamo rivendicare uno fra i più bassi tassi di mortalità, perché alla fine l’attività la misuriamo sulle vite salvate. L’Ordine dei Medici di Padova mi ha gratificato con un onorificenza per come ho gestito l’emergenza sanitaria legata al Covid, ovviamente un merito che non è solo mio ma di tutti».

E dal punto di vista umano cosa ha lasciato il Covid?

«È emersa l’unitarietà di intenti, si è riscoperta la collaborazione come elemento fondamentale. Prima c’era più individualismo, si è capito invece il valore di stare uno accanto all’altro, il valore aggiunto di lavorare insieme per migliore il risultato. Questo ha cambiato nel complesso il clima».

Cosa vede nel futuro della sanità padovana?

«È indispensabile che l’Azienda lavori ancora di più in modo sinergico e complementare con l’Usl. La centralità del paziente esige che gli siano garantiti i migliori servizi. Per fare questo bisogna lavorare insieme. Dal punto di vista logistico il nuovo ospedale è fondamentale per assicurare il migliore trattamento alberghiero per il paziente: chi entra in ospedale perde ogni punto di riferimento e tutte le sue certezze, quindi l’ambiente deve sopperire a questa carenza e ispirare protezione.

Dall’altra parte i clinici devono poter usufruire di strutture e tecnologie all’avanguardia. Abbiamo investito tantissimo negli ultimi cinque anni per ammodernare l’ospedale, ma quello che si fa su una struttura datata non è mai abbastanza. Anche al Sant’Antonio, pur nell’anno della pandemia, siamo riusciti a riorganizzare ambulatori, sale operatorie, avviare la chirurgia e la medicina d’urgenzare e valorizzare i tanti bravissimi professionisti che ci sono. Padova resta in ogni caso unica: qui il paziente trova tutte le specialità e soprattutto un approccio multispecialistico che non è eccezione ma metodo e fa la differenza nel risultato, dalla diagnosi alla terapia».

Con quale emozione saluta questo ospedale?

«Non sono per gli addii, in un posto si arriva e si parte, cercando di fare tesoro di quello che si è dato e di quello che si è ricevuto. So di avere lavorato sempre cercando di dare il massimo anche se si può sempre fare di più, ho lavorato con persone di altissimo livello con cui ho condiviso soddisfazioni, momenti belli e anche momenti difficili. Un livello professionale come questo non lo avrei trovato in nessun altro ospedale.

Ho conosciuto persone splendide, che scopri quando riesci a vedere l’uomo sotto la scorza della professione. Quella che può sembrare ambizione ti rendi conto che è passione per il proprio lavoro, voglia di fare sempre di più, di innovare, in un impegno che non è mai fine a se stesso ma sempre rivolto a dare di più al paziente».

E adesso cosa farà?

«Ho appeso le scarpe al chiodo quando ho smesso l’attività agonistica nella pallavolo tanti anni, ora è tempo di appendere il camice. Compirò 67 anni quest’anno quindi i tempi sono maturi».

Davvero riuscirebbe a passare dalla direzione della più grande Azienda ospedaliera d’Italia al divano?

«Mah, sono dell’idea che si guarda avanti. La settimana scorsa sono stato contattato dal responsabile delle programmazione nazionale della sanità, vedremo se nascerà qualcosa».

Cosa consiglierebbe al suo successore?

«Niente. Ciascuno ci deve mettere del suo, il binario è quello della libertà di agire e della responsabilità di rispondere di quel che si fa». —


 

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