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Tracollo della banca Crediveneto, 24 indagati per notizie e comunicazioni false

La Procura ha chiuso le indagini preliminari sul crac dell'istituto di credito con sede a Montagnana.  Oltre 400 soci pronti a costituirsi parte civile

MONTAGNANA. La banca veniva descritta “in piena crescita” quando in realtà era costantemente in perdita. Prova ne è stato il buco da 27,6 milioni di euro negli ultimi quattro bilanci. Una comunicazione mendace, questa, verso i 10mila soci ma anche nei confronti dei 30mila correntisti. E pure verso gli organi di vigilanza, a cui venivano omesse importanti informazioni per ostacolarne l’attività.

Si legge questo e molto altro nel documento di conclusione delle indagini preliminari della Procura di Rovigo: sono 24 gli indagati a vario titolo per il dissesto e la mala-gestio della banca Crediveneto, l’istituto con sede a Montagnana messo in liquidazione coatta nel 2016.

Il sostituto procuratore di Rovigo, Sabrina Duò, ha chiuso le indagini preliminari ormai da qualche mese, ma solo recentemente tutti gli avvisi di conclusione delle indagini sono stati recapitati ai diretti interessati. Non è stato ancora emesso alcun rinvio a giudizio, ma si parla di un inizio del processo già entro l’estate.

Crediveneto, istituto bancario con sede a Montagnana e con 27 sportelli sparsi tra le province di Padova, Verona, Vicenza e Mantova, era stata messa in liquidazione coatta il 7 maggio 2016, alla vigilia dell’assemblea dei soci. Dal 2013, per quattro bilanci consecutivi, aveva presentato conti in rosso con perdite pari a 27,6 milioni di euro. Per questo motivo era saltato l’intero consiglio d’amministrazione.

L’operazione di liquidazione, sia per quanto riguarda il patrimonio (ceduto a Banca Sviluppo) che le passività (cessione delle sofferenze al Fondo di garanzia istituzionale del Credito cooperativo) era avvenuta al corrispettivo di 1 euro.

Di fatto con la liquidazione coatta sono andati in fumo 19 milioni di capitale sociale. Oltre 400 soci si sono uniti nel Gruppo Difesa Soci ex Bcc Crediveneto, affidandosi al legale Matteo Moschini e reclamando le quote perse. Molti di loro si costituiranno parte civile nel processo. La scorsa estate, metà di questi ex soci hanno chiesto di accedere al Fondo indennizzo risparmiatori (Fir) previsto dal Governo, chiedendo 1,3 milioni di euro.

Ai 24 indagati la Procura contesta i reati di false comunicazione sociali, aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza e falsità nelle comunicazioni dei responsabili delle revisioni legali. Gli indagati sono vertici e membri degli ultimi due Cda, ma anche direttori, vice, membri del Collegio sindacale dell’istituto e revisori.

Secondo l’accusa, «al fine di conseguire un ingiusto profitto», i vertici di Crediveneto avrebbero «consapevolmente esposto fatti materiali non rispondenti al vero, omettendo fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società». Il tutto «in modo da indurre altri - soci, correntisti e organi di vigilanza - in errore».

La falsa comunicazione avrebbe riguardato in particolare la gestione, la consistenza del patrimonio e l’andamento dell’azienda di credito. La Procura è chiara: si parla di inganno ai soci e di danno patrimoniale cagionato alla società. Si parla addirittura di aggiotaggio, ossia la diffusione di notizie false o tendenziose per alterare il prezzo delle merci.

I vertici dell’istituto avrebbero infatti diffuso «notizie false per provocare una sensibile alterazione del prezzo degli strumenti finanziari non quotati o per i quali non era stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato».

E ancora: «Diffondevano false notizie sulla situazione economica della banca, descritta “in piena crescita”, quando in realtà era costantemente in perdita». Agli indagati viene anche contestato l’ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza, attraverso l’esposizione di fatti non veri o «l’occultamento, con mezzi fraudolenti, in tutto o in parte, di fatti che avrebbero dovuto comunicare su beni posseduti e amministrati dalla società», e omettendo pure gli aggiornamenti relativi ai crediti deteriorati e di ottemperare agli obblighi imposti dalla normativa antiriciclaggio.

Insomma, non doveva trapelare in alcun ambito il disastro che stava facendo crollare l’istituto. —


 

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