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«Viaggio all’inferno e ritorno con il Covid, il risveglio dopo 60 giorni»

Ruggero Varotto di Monselice e la Terapia intensiva di Schiavonia

Ruggero Varotto è stato ricoverato due mesi nel Covid Hospital di Schiavonia, intubato Ora è in riabilitazione e ha scritto un messaggio di ringraziamento ai sanitari della Rianimazione

MONSELICE. Riaprire gli occhi dopo sessanta giorni intubato in Terapia intensiva, le pupille che ruotano a scrutare la stanza grigia che odora di disinfettante, il corpo fiacco che non si muove, l’affanno di decifrare dove si è, come si è finiti lì, quanto tempo è trascorso dall’ultimo ricordo ad occhi aperti.

Ruggero Varotto, pensionato di Monselice che si è ammalato di Covid, ha provato sulla sua pelle l’insidia dell’infezione: un viaggio all’infermo e ritorno che oggi, dal letto dell’ospedale di Conselve dove sta affrontando la riabilitazione, racconta con quegli occhi che dopo tanto buoi finalmente luccicano di nuovo di lacrime di gioia. E a medici e infermieri che l’hanno curato, Ruggero Varotto dedica un lungo e profondo ringraziamento per non aver mollato.

Il peggio per lui è passato, l’incubo è ormai alle spalle, e Ruggero alza il pollice, ce l’ha fatta. Nonostante i tanti scrupoli, si è ammalato di Covid lo scorso novembre. Le sue condizioni di salute precipitano e finisce ricoverato al Covid Hospital di Schiavonia. Viene intubato per quindici giorni, poi sottoposto a tracheostomia di protezione per altri 35 giorni, quindi la cannula tracheostomica viene rimossa e Ruggero torna in respiro spontaneo. Dal coma indotto al risveglio, rimane sessanta giorni in Terapia intensiva. A casa, in agitazione per tutto quel tempo, due figlie e tre nipoti.

«Quando ho riaperto gli occhi» racconta oggi Ruggero impegnato nella riabilitazione post -Covid, «ho cominciato a rendermi definitivamente conto della realtà, e ho cercato di rimanere vigile per distinguerla dai sogni. Questo virus ti lega le articolazioni, ti sgonfia i muscoli. Ti lascia irrigidito e non riesci neanche a muoverti. Ma io ho non mi sono mai abbattuto. Non pensavo più al domani, vivevo ora per ora. Il mio fisico ha risposto alle terapie con buoni risultati, e ora sto bene. Con grande soddisfazione mia e degli operatori che mi hanno assistito».

«Non abbiamo mollato un centimetro» conferma da parte sua Fabio Baratto, primario di Terapia intensiva e Rianimazione a Schiavonia, «anche se più di qualche volta pensavamo di aver perso il paziente». E la tenacia di paziente e sanitari alla fine hanno prevalso sulle infide minacce del virus.

Recuperate le prime forze grazie alla riabilitazione, Ruggero ha voluto esprimere la sua riconoscenza ai sanitari del Covid Hospital di Schiavonia, affidando il suo pensiero a una lettera indirizzata al personale di Terapia intensiva. «Grazie perché non avete mollato. Grazie perché non vi siete fatti intimorire da questo virus, ma anzi lo contrastate in prima linea. Grazie per non aver mai esitato un attimo nelle cure e terapie. Grazie perché combattete pensando che la sconfitta non è mai l’alternativa. E infine grazie per l’equilibrio tra professione e cuore che avete messo in atto nel dialogo con i miei famigliari, anche quando le mie condizioni non davano certezze di guarigione. Non è un camice verde o banco a fare un medico o un infermiere» continua il messaggio, «è la vocazione che portate dentro Voi a fare di una persona un grande medico o un grande infermiere. Grazie di cuore e un caloroso e fraterno abbraccio a tutti voi. Dal coma indotto al risveglio, 22 novembre 2020-20 gennaio 2021». —
 

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