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Il 30 per cento delle palestre a rischio chiusura nel Padovano

L’allarme di Fit Italy: «Alla riapertura scatteranno gli sfratti, quindi per tamponare i debiti si dovrà licenziare»

PADOVA. Le grandi palestre tra città e provincia sono circa 70, di queste un 30% rischia di non riaprire alla fine della pandemia. Il dato è una stima di Fit Italy, l’organizzazione che tutela e rappresenta le società e le associazioni che promuovono il fitness in Italia.

Sul territorio nazionale sono 400 le strutture associate, 147 in Veneto e 40 tra Padova e provincia. Ormai le palestre sono chiuse da mesi e il tema della riapertura è vissuto con angoscia. «A ottobre» riferisce Renzo Seren, referente regionale di Fit Italy «i dati Istat contavano che un 15% di palestre non avrebbe riaperto. Oggi questo dato è stimato tra il 30-35%».



Le difficoltà insormontabili sono principalmente due: i danni economici e lo smarrimento dell’utenza. «Economicamente parlando tra i pesi maggiori ci sono gli affitti» continua Seren «infatti per alcune palestre gli sfratti arriveranno appena si riaprirà. Inoltre bisogna considerare che gli strumenti fitness costano e si comprano in leasing, che non sono mai stati bloccati. La ripartenza sarà inevitabilmente segnata da uno stillicidio di licenziamenti, non appena saranno sbloccati».

L’orizzonte è tutto nero. «Verosimilmente vedo due rischi» aggiunge Sandro Cucuccio, referente Fitness Ascom, titolare di tre palestre (Padova, Piove di Sacco e Mestrino), 2 ambulatori medici e una piscina (Villa Ferri, con centro estetico) «la chiusura nel nostro territorio di una ventina di palestre, dentro mi ci metto anche io perché sono appeso a un filo, quello delle banche. In questi mesi di stop il mio lavoro è stato rimettere a posto i conti, cercando ogni strada per salvare il salvabile, ma se entro la fine del mese le banche non mi aiutano, non ho speranze di risollevarmi. Il secondo pericolo sono, appunto, i licenziamenti: a rischio il 50% dei contratti che, semplicemente, non saranno riconfermati".

"Con me lavorano 120 persone, la parte sportiva ne occupa 90. In questo momento tutti stanno percependo gli 800 euro di contributi, purtroppo senza un criterio ragionevole: gli aiuti arrivano sia all’allenatore di calcio che faceva due ore a settimana con un contratto da 50 euro, sia a quello che lavorava tutta la settimana arrivando a 1.500 euro, magari con famiglia, sia ancora a chi è scaduto il contratto di collaborazione. C’è uno spreco di risorse enorme che potrebbe essere rimesso diversamente in circolo, considerando che noi titolari abbiamo ricevuto, al massimo, ristori di 4-6 mila euro. Personalmente ho percepito 6.500 euro di ristori a fronte di 1 milione di fatturato». «Eppure quando ho dovuto ristorare i mie utenti con i voucher» aggiunge Seren «ho tirato fuori 90 mia euro».

Rispetto al 2019 gli incassi hanno una marginalità del 10-20% con perdite che vanno dal 50% al 90%. La stessa ripresa dunque sarà già in perdita: «La probabilità che i miei 1.200 iscritti mi rientrino è assurda» continua Seren «al massimo ne recupererò il 40-50%, quindi 500-600 utenti e con quelle persone non riuscirò mai a pagare le spese. Quindi avrò davanti due possibilità: lasciare a casa la metà dei miei lavoratori, ovvero 30 su 60, o aumentare gli abbonamenti, portando quello annuale da 600 a 700-800 euro. Di conseguenza la palestra sarà un bene di lusso».

Sia Seren che Cucuccio hanno strutture importanti, strutturate sul territorio, ma c’è un capitolo che versa in condizioni ancora più disperate: le partire Iva dello sport, micro studi individuali, personal trainer che lavorano nelle case degli utenti. Questi rischiano tutti di non sopravvivere. —


 

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