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A Padova la rivolta spontanea di baristi e ristoratori: «Siamo disobbedienti e venerdì apriremo»

Un gruppo di esercenti  padocani si sta organizzando via Telegram. «Sappiamo a cosa andiamo incontro ma non possiamo più vivere»

 

PADOVA. Li chiamano disobbedienti, sono pronti a sfidare regole e leggi perché vogliono tornare a lavorare «per non morire». E così venerdì 15 gennaio hanno deciso di tirar su la saracinesca dei propri bar e ristoranti e mettersi a servire ai tavoli. Sono i membri di un gruppo che si chiama “IoApro” e che sta prendendo velocemente piede su Telegram. Sul canale social baristi, ristoratori e pizzaioli discutono della possibilità di aprire in barba ai Dpcm. 
 
 
In città i disobbedienti conclamati sono già due: Matteo Scantamburlo, titolare di “Green Street Club” in via Dante, che invita pubblicamente sulla sua pagina Facebook ad andare a mangiare da lui per «disobbedienza civile»; e Alessio Di Muro, milanese, socio del ristorante “Bacareto” in via San Pietro, più riservato ma con lo stesso obiettivo: lavorare. I ristori sono briciole – dicono a gran voce i sovversivi della somministrazione – distanti anni luce dalla realtà. Chiedono però la prenotazione per essere sicuri di poter rispettare le norme anti-Covid.
 
Pronti a tutto dunque, malgrado l’azzardo. Un esercente pizzicato aperto infatti rischia 400 euro di multa e 5 giorni di chiusura, che fanno presto a diventare 30 o addirittura a trasformarsi in chiusura definitiva. E anche per i clienti, l’altra faccia di questa medaglia eretica (quelli che incitano baristi e ristoratori, assicurando – almeno su Telegram – la loro solidarietà attiva) rischiano 400 euro di multa se beccati a consumare quando e dove non dovrebbero. 
 
Né quello di “IoApro” è l’unica forma di protesta in città. Anche Andrea Madonna, famoso titolare della pizzeria-ristorante “Cocò”, di via Vigonovese, ha spiegato in un video su Facebook che non pagherà le tasse finché non arriveranno ristori adeguati: «Ho perso mezzo milione di euro e, forse, mi spettano 5 mila euro di ristoro – spiega – In queste condizioni i soldi per le tasse, semplicemente, non ce li ho. Nel primo lockdown ho anticipato la cassa integrazione ai miei dipendenti (12, tutti con famiglia) in nome dei vent’anni di storia del mio ristorante.
 
Abbiamo provato a lavorare con il delivery, ma il nostro business è la sera, è la musica dal vivo e tutto questo non c’è. La cosa vergognosa, oltre ai ristori, è che manca un piano di ripresa per i prossimi mesi, continuiamo a navigare a vista, eppure ci chiedono le tasse per intero».
 
Intanto i ristori di Natale cominciano ad arrivare: «Ieri sono arrivati i primi contributi – conferma Filippo Segato, segretario Appe (Associazione provinciale pubblici esercenti) – Purtroppo come ci aspettavamo del tutto insufficienti: per un’impresa con 400 mila euro di fatturato, ad esempio, sono arrivati 20 mila euro, ovvero il 5%. Significa che se una persona aveva uno stipendio di milla euro ne percepirebbe 50. Comprendiamo dunque la protesta, è un sintomo del malessere della categoria.
 
Violare le regole, sapendo a cosa si va incontro, significa aver raggiunto il livello massimo di esasperazione. Tuttavia sono comunque iniziative fuori legge e noi non intendiamo avvalorarle. Le associazioni di categoria sono enti seri che manifestano il disagio all’interno delle regole. I morti di questi giorni non consentono di pretendere di aprire, quello che dobbiamo fare è spingere su ristori adeguati». —
elvira scigliano
 
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