Contenuto riservato agli abbonati

Covid,commercio e ristorazione padovani a lutto. «In gioco la nostra sopravvivenza»

La manifestazione di Appe e Ascom davanti alla Prefettura: «Affrontati sacrifici pesantissimi e inutili». Le storie e le analisi per settori simbolo: ambulanti, locali da ballo e atelier

PADOVA. Un lungo tappeto nero è stato srotolato ieri in piazza Antenore, fino alla Prefettura in un corteo funebre accompagnato da una delegazione di Appe (Associazione provinciale pubblici esercenti) e Ascom-Confcommercio. Prima di diventare nero il drappo si è tinto di giallo: l’impegno degli imprenditori nel rispettare le regole allo scoppio della pandemia; poi di arancione: i sacrifici, la paura, il peso delle responsabilità di fronte alla mancanza di guadagni; infine di rosso: la disperazione per un’emergenza sanitaria che si è fatta crisi economica.

Il Covid ha ucciso, provocato dolore e sofferenza alle persone e sta stremando l’impresa. Davanti al tessuto nero un tavolino apparecchiato senza sedie: «Questo tavolo rappresenta il normale servizio di somministrazione» spiega Filippo Segato, segretario Appe «desolatamente privato delle sedie perché da ottobre siamo stati privati della possibilità di lavorare normalmente. Malgrado tutti i limiti imposti e autoimposti, nonostante tutte le regole e i sacrifici a volte pesantissimi e non sempre chiari, sembra non sia servito a nulla. I contagi sono esplosi dopo l’estate, adesso dopo Natale, dimostrazione che non dipendeva da noi, anche se siamo stati e continuiamo ad essere additati come colpevoli. Oggi chiediamo una moratoria fiscale e ristori adeguati perché a rischio c’è il lavoro. Solo nella provincia padovana lavorano intorno alla ristorazione 15 mila dipendenti e sono a rischio in 4-5 persone per ogni azienda che chiuderà».

«Ormai» aggiunge Patrizio Bertin, presidente Confcommercio Veneto Ascom «non chiediamo più nemmeno di fare impresa, perché questo ci è impedito, ma almeno chiediamo che ci sia consentito di sopravvivere. Nessuno nega che ci sia un problema sanitario enorme, ma non bisogna credere che non ci sia anche una pandemia economica che, se non sarà corretta, rischia di lasciare le nostre città senza bar, ristoranti e negozi e le famiglie senza reddito».

Lasciati solo con il delivery (asporto e consegna), ci hanno provato con tutte le loro forze, ma non è abbastanza. «Ci siamo rimpiccioliti sempre più» testimonia Elena Bernardi, titolare del ristorante Ai Navigli «ma adesso non c’è più nulla da rimpicciolire. Se non ci danno ristori veri e un programma per accogliere i clienti, magari l’accoppiata vaccino e tampone rapido, a noi non resta che chiudere. Con me lavora mia figlia e 6 dipendenti, tre con famiglia e sono tutti molto preoccupati: non sappiamo quando possiamo stare aperti, viviamo nella precarietà».

Presente anche l’assessore al commercio Antonio Bressa, che ha voluto dimostrato solidarietà e vicinanza. «Qui ci sono le categorie che stanno portando sulle loro spalle il peso del sacrificio» ha spiegato «siamo intervenuti, sia con nostre risorse, sia con quelle dello Stato, non lasceremo da soli gli imprenditori, ma gli aiuti devono arrivare da tutti». 

***

GLI AMBULANTI

"Sconosciuti a Roma e ignorati nei ristori"

Ieri in piazza Antenore, davanti alla Prefettura, oltre alla ristorazione (ristoranti, pizzerie, bar, locali, pasticcerie) duramente colpita dalle regole anti-contagio tra il 2020 e il 2021, c’erano altre categorie messe a dura prova o addirittura dimenticate durante la pandemia. Fra queste i “fieristi”, ovvero gli ambulanti che danno vita agli eventi che sembrano mercati perché sono all’aperto, ma sono vere e proprie fiere perché rispondono a una logica temporanea che non ha continuità e a un disegno preciso come il mercato dei sapori d’Europa (tradizionalmente in Prato della Valle) e le numerosissime sagre che da sempre popolano il territorio.
Rappresentati dal generico settore degli ambulanti, sono stati completamente dimenticati dal Governo, tanto da essere definiti fantasmi. «La frangia dei fieristi» riferisce Ilario Sattin, referente degli ambulanti Ascom «da marzo è stata stoppata e non ha più potuto lavorare. Tra Padova e provincia siamo 3 mila ambulanti e, di questi, 18-20% sono appunto fieristi, ma a Roma sembra non li conosca nessuno. In tutti questi mesi infatti ci lascia sconfortati e molto indignati che da Roma non sapessero nemmeno dell’esistenza di questa categoria. Hanno vietato tutto senza conoscere, senza fare i necessari distinguo, senza prendersi cura delle diverse realtà. Per loro il destino è stato da subito segnato dalla mancanza di speranza, a tal punto che non credono nemmeno che la Pasqua o la prossima estate possano rappresentare un’ancora di salvezza nell’oceano di brutte notizie. Fin da subito abbiamo provato a portare la loro voce alle istituzioni e in particolare a Roma perché, a noi, era chiaro che il Governo li avesse, banalmente, dimenticati. Quando infatti hanno cancellato tutte le fiere hanno ristorato solo chi aveva un codice Ateco conosciuto e così questi colleghi non hanno visto neanche un centesimo». 
 
***
 
 
LE DISCOTECHE
"Anno a fatturato zero, molti non riapriranno"
 
«Tra poco festeggeremo un anno di chiusura. Siamo il superfluo, per questo giudicati non necessari e forse per questo trattati con poca importanza. Come se dietro il nostro lavoro non ci fosse impegno, responsabilità, professionalità». Andrea Massaggia è il titolare del Q in piazza Insurrezione. Rappresenta, sotto il cappello Appe, tre locali da ballo notturni sulla ventina di attività della città. Tutti arrabbiati soprattutto per i ristori: «Hanno conteggiato i contributi per i mesi di chiusura in base ad aprile, che di per sé non è uno dei mesi più floridi. Mentre servono con urgenza adeguamenti su base annuale per dare una risposta economica giusta. Inoltre, secondo noi bisogna studiare un piano di rilancio sul lungo termine per accompagnare la ripartenza e renderla possibile». La prima speranza si chiama vaccino: «La nostra ripartenza deve essere studiata a tavolino con il mondo sanitario. Non possiamo aspettare il chimerico contagio zero, altrimenti il nostro settore è destinato a morire». Ad oggi i pronostici sono desolanti: «Abbiamo perso il 100% dei fatturati, è sotto gli occhi di tutti e, da questa tragedia sanitaria prima ed economica poi, rischia di non riaprire la metà delle imprese padovane perché non si può reggere un anno a incasso zero. Abbiamo superato la strage del sabato sera, ci siamo confrontati con tante difficoltà e momenti di crisi, ma adesso ci stanno distruggendo. C’è ancora chi sogna e resiste, o meglio, prova a tenere duro, ma c’è soprattutto chi si sta guardando attorno pensando a come riconvertire la propria attività una volta che si ripartirà. Il mio caso per tutti: facevo 3 milioni di fatturato all’anno, pagavo il 50-60% di tasse e la mia marginalità era del 5-10%. Ho ricevuto 40 mila euro di ristori: fatemi capire dov’è la corrispondenza perché io vedo solo debiti».
 
***
 
GLI ATELIER
"Perso un miliardo e il 2021 è a rischio"
 
«Abbiamo perso fino a oggi più di 1 miliardo di fatturato e il 20% degli atelier della provincia rischia di non aprire più i battenti. Le perdite devono essere considerate nell’insieme dell’indotto generato dai matrimoni, dalle cerimonie e dagli eventi che innescano un ingranaggio fatto di abiti, fioristi, musicisti, fotografi, catering, banchetti, ristoranti e così via». Silvano Ruffato rappresenta gli Atelier di Padova e provincia e da mesi si sta sgolando per spiegare che dietro un abito confezionato a mano c’è molto di più di un vestito pregiato. «Non chiediamo la luna» continua «ma solo che i ristori che dovrebbero essere elargiti dal Governo siano misurati in base a quello che ognuno ha dichiarato nel 2019. Ovvero serve un confronto sui numeri: cosa ho guadagnato nel 2019? E cosa ho guadagnato nel 2020? Bene, la differenza è il ristoro. Nel nostro caso quasi l’80%. Non è difficile, lo capirebbe anche un bambino delle scuole elementari. Invece no. L’errore madornale, di prendere il mese di aprile ad esempio, commesso fin dall’inizio, viene trascinato senza sosta e così i ristori saranno sempre sbagliati e insufficienti». La perdita del settore si attesta intorno all’80%, cifra che è confermata anche dai dati nazionali. «Le perdite sono distribuite in maniera più o meno uguale su tutto il territorio nazionale» conferma Ruffato «il risultato è che da Nord a Sud ci sono imprenditori che piangono perché non sanno che sarà della loro attività. Assoeventi conta una perdita nazionale di 23,4 miliardi di euro. La nostra provincia conta circa 150 aziende e una perdita superiore al miliardo, numeri troppo grandi per non far paura e per non terrorizzare chi teme che una ripartenza non ci sarà. Abbiamo già perso il 2020, stiamo perdendo i primi mesi del 2021 e il nostro lavoro è tragicamente proiettato, se tutto andrà bene, al 2022». 

 

Minestra di cavolo nero, fagioli all’occhio e zucca con maltagliati di farro

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi