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Università di Padova, Dughiero pronto a scendere in campo nel dopo-Rizzuto

Il prorettore pensa alla candidatura: «Ho fatto parte della governance, ma ci sono visioni diverse su che direzione debba prendere lo sviluppo. Vorrei fornire un contributo di idee per l’Ateneo del futuro» »

Simonetta Zanetti
5 minuti di lettura

PADOVA. Oggi 18 dicembre 2020 è il gran giorno: la costituente dell’Ateneo è chiamata a pronunciarsi sulla riforma dello statuto decidendo se e di quanto aumentare il peso di alcune componenti, su tutte quella tecnico-amministrativa. Una scelta che tanto ha acceso gli animi nelle ultime settimane, resi evidentemente più sensibili dalla vera partita che comincia a giocarsi in queste ore e che tra qualche mese porterà all’elezione del nuovo rettore.

Proprio il voto in programma la prossima primavera sembra destinato a vedere tra i protagonisti anche il prorettore al trasferimento tecnologico e ai rapporti con le imprese Fabrizio Dughiero.



Professore, cosa pensa della decisione di modificare lo statuto a pochi mesi dalle elezioni?

«Credo che dal punto di vista procedurale non ci sia nulla da eccepire, e che riconoscere un peso maggiore alle componenti tecnico-amministrative e ai ricercatori sia un atto dovuto vista la loro rilevanza nella vita dell’Ateneo e la situazione delle altre università, ma penso che questa scelta importante sarebbe stata più apprezzata se, invece di aspettare fino a questo punto, si fosse per tempo affrontata una questione che si sapeva esistente».

La spiegazione che viene fornita è che la decisione sia slittata a causa della pandemia.

«La pandemia è esplosa nell’ultimo anno, il problema del riconoscimento c’è invece da molto tempo. Se si fosse cominciato prima avremmo avuto modo di discutere la questione in maniera un po’ più democratica e meditata, con un dibattito aperto nelle sedi più opportune, aprendo una riflessione e un confronto più ampi».

C’è chi sostiene che il tempismo di questa scelta sia stato deciso per arrivare a incidere sulle elezioni del rettore.

«Non credo, non vedo come questo possa influire sul risultato delle prossime elezioni».

Lei ha parlato di “democrazia”, crede che questa gestione sia stata deficitaria da questo punto di vista?

«No, ritengo che in questo caso specifico sia mancato il necessario ampio dibattito democratico esteso alla comunità nel suo complesso. Per il resto credo che l’Ateneo abbia sempre agito in questi anni secondo il criterio della condivisione democratica delle scelte».

Tra le novità in vista per il nuovo anno accademico c’è l’ampliamento dell’offerta formativa con 12 nuovi corsi di laurea. Cosa ne pensa?

«Credo che un vero ampliamento passi solo attraverso un’offerta effettivamente multi e interdisciplinare. Non è di per sé la quantità dei corsi che si aprono ma piuttosto il coinvolgimento di discipline diverse anche in quelli già esistenti. Un corso sull’intelligenza artificiale non potrebbe avere successo se fosse basato solo sulla tecnologia e non lasciasse lo spazio ad aspetti giuridici, sociali, filosofici, antropologici per non parlare dell’ambito economico, con nuovi modelli di business, o della comunicazione e della salute. Proprio in relazione a quest’ultimo aspetto abbiamo tutti imparato quanto sia importante conoscere, elaborare e interpretare i dati che tutti noi leggiamo ultimamente ogni sera, purtroppo. E affinché questo avvenga c’è bisogno più che mai di creare dei luoghi di contaminazione e confronto costanti tra saperi diversi all’interno dell’Ateneo. Noi abbiamo la grande fortuna di vivere in un’Università che ha in sé questi saperi e la sfida dei prossimi anni sia nel campo della ricerca di base che nell’innovazione sarà riuscire a garantire e far crescere la contaminazione tra tali saperi, creare dei luoghi di “conversazione” tra colleghi di diverse discipline, nuove “botteghe” rinascimentali».

La didattica a distanza potrebbe essere un limite alla contaminazione?

«Veniamo da due esperienze. Nella prima fase dell’epidemia abbiamo risposto benissimo e adesso siamo più preparati. Tuttavia a questo punto, per quanto mi riguarda, direi che la forma blended ha bisogno di essere interpretata. Forse varrebbe la pena ascoltare di più chi pensa sia meglio essere misurati e pensare a un sacrificio più ampio per affrontare i prossimi esami e i corsi del prossimo semestre. Di sicuro il rettore si è confrontato con tutte le componenti coinvolte nella sicurezza prima di fare le sue valutazioni, ma nel primo semestre siamo già stati costretti a tornare alla didattica online, forse varrebbe la pena essere un po’ più prudenti. A mio parere la didattica ibrida non dà vantaggi a chi segue in aula piuttosto che a chi segue da casa. È certo vero che la didattica non può né deve limitarsi a un travaso di conoscenze e competenze, semmai deve essere un’esperienza di apprendimento, esperienza che in un certo senso mette quasi sullo stesso piano discente e docente. Questa esperienza è più agevole e ricca ovviamente in presenza, ma con strumenti opportuni si può creare un’esperienza simile anche online. Nella didattica blended risulta alquanto inefficace».

Sta dicendo che l’Università ha affrontato molto bene l’emergenza ma che a questo punto è necessario pianificare?

«La didattica online ha bisogno di specifica tecnologia e di un certo numero di aule attrezzate in modo idoneo per consentire agli studenti di interagire concretamente con il docente. Si devono fornire strumenti adeguati, personale adeguato e formazione sia per i docenti che per gli studenti. E questa è la sfida che va affrontata nei prossimi mesi. Spero tanto di sbagliarmi, ma credo che fino al giugno prossimo procederemo quanto meno a singhiozzo, in assenza di scelte precise».

La qualità della vita a Padova è peggiorata. Crede che la città abbia pagato anche l’assenza dei “suoi” studenti?

«È necessario tornare a essere più attrattivi. Pur in un anno di crisi, l’Università ha tenuto sul fronte delle immatricolazioni, ma l’attrattività di un territorio non si misura solo sulla capacità di richiamare studenti all’università quanto di trattenerli dopo il percorso universitario. Non voglio sembrare provinciale, le esperienze all’estero sono altamente formative e spero che presto potremo tutti tornare a viaggiare, quello che credo, tuttavia, è che il nostro territorio abbia perso complessivamente attrattività soprattutto verso i giovani».

E come si recupera?

«La strada che dobbiamo percorrere è quella di creare le condizioni per portare innovazione nei nostri territori, ma senza la contaminazione profonda di cui parlavo non funziona. Bisogna creare un tessuto in cui le aziende abbiano interesse a investire, multinazionali comprese. Padova ha tutte le carte in regola per diventare un hub dell’innovazione, ad iniziare da una grande Università, un territorio di imprenditori e una rete di enti e fondazioni che lavorano per il territorio e che sono vicine ai giovani. Come ha detto Enrico Moretti, l’innovazione è un driver fondamentale per la crescita di un territorio che agisce come fattore moltiplicativo nella creazione dei posti di lavoro e crea condizioni di benessere e salute».

Come prorettore al trasferimento tecnologico la creazione di un hub dell’innovazione è il suo obiettivo.

«Abbiamo dato vita ad uno dei Competence Center del programma Industria 4.0, luogo in cui le imprese collaborano con le Università del Nordest per implementare il necessario processo di trasformazione digitale di cui tanto si parla in questo periodo. A Padova il Competence Center sorgerà in quello che a me piace chiamare il boulevard dell’innovazione che va dalla stazione a Padova est, passando per gli istituti universitari e comprende fiera e futura città della salute».

Qual è lo snodo affinché questo si concretizzi?

«Bisogna essere capaci di diventare più attraenti sul fronte di talenti e investimenti. L’Università non ha solo un ruolo fondamentale nella ricerca di base e nella didattica ma deve diventare anche motore di sviluppo economico, sociale e culturale di un territorio».

Questo rettorato ha fatto molto sul fronte dell’internazionalizzazione e degli investimenti immobiliari. Quali saranno i prossimi passi?

«Un conto sono l’impegno finanziario e la progettazione, un altro la realizzazione. Su questo fronte c’è ancora molto da fare nei prossimi anni».

Parliamo di elezioni. Sebbene le candidature non siano ancora state svelate, oltre alla professoressa Marzaro si parla di una discesa in campo di tre prorettori: Mapelli, Lucangeli e lei. Un quadro inedito. È forse specchio di un malessere all’interno della governance?

«All’interno della governance vi sono, come naturale, opinioni e visioni differenti. Il modo di interpretare l’Università non può e non deve essere univoco. C’è chi ha una visione più orientata alla continuità e chi meno».

E qual è la sua visione?

«Ho fatto parte della squadra di governo lavorando intensamente per lo scopo comune con piacere e soddisfazione, ma ci sono letture e visioni diverse sulla direzione che debba prendere lo sviluppo futuro. Del resto ritengo che un ampio numero di candidati in campo sia una forma di arricchimento per il nostro Ateneo. Spero che assisteremo a un confronto sui contenuti e non a una sfida politica limitata ad appartenenze, gestioni e appoggi. Vorrei che le celebrazioni degli 800 anni dell’Università fossero interpretate come punto di partenza e non di arrivo. Adagiarsi su quello che è stato può essere pericoloso. Pur senza assolutamente dimenticare la tradizione, l’Ateneo deve essere sempre in movimento e pronto a cogliere, se non anticipare, i mutamenti. Quindi ben vengano più candidature se portano un contributo di idee, un confronto serio e democratico finalizzato a un miglioramento teso allo spirito di servizio. Io amo molto l’Università per cui lavoro da 30 anni. Credo che ci sia spazio per un continuo miglioramento in molti ambiti e che il nostro Ateneo potrà avere sempre più un ruolo fondamentale per la crescita e lo sviluppo del territorio».

Conferma quindi che sarà in questa rosa di candidati?

«Mi piacerebbe portare un contributo di idee per il futuro del nostro Ateneo». —

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