«Noi professori a contratto pagati 3,5 euro all’ora», la protesta in scena a Padova

I docenti a contratto rivendicato il loro ruolo nella didattica

I docenti: «Per il Bo siamo invisibili». Dopo due lettere al rettore, si rivolgono ai sindacati

PADOVA. Tre euro e mezzo l’ora. Tanto guadagna un docente a contratto dell’Università di Padova. A denunciarlo sono proprio loro, una rappresentanza di quegli 879 che nell’Ateneo assicurano didattica, preparazione e valutazione degli esami e partecipazione a commissioni di laurea. Un impegno aumentato ulteriormente durante la pandemia, che ha richiesto l’utilizzo di risorse proprie per garantire la didattica a distanza.

Una mole di lavoro per cui, insistono, percepiscono pochi spiccioli: questo perché, chiariscono, nel computo della loro retribuzione si tiene conto esclusivamente della docenza frontale. Nulla più. Un mancato riconoscimento che negli ultimi dieci anni ha visto «il compenso ridotto di quasi il 50% contestualmente all’aumento degli obblighi a carico» e su cui negli ultimi sei mesi hanno provato a coinvolgere per ben due volte i vertici dell’Ateneo.

Tuttavia, di fronte a un silenzio prolungato, ora il costituito coordinamento dei docenti a contratto – ricercatori non ancora stabilizzati, liberi professionisti e dipendenti del Sistema sanitario nazionale – che nel frattempo ha ingrossato le sue fila, si è rivolto alle segreterie sindacali nazionali e territoriali di Flc Cgil, Cisl Università, Uil Scuola Rua, Snals Confsal, Gilda Unams e alla Rappresentanza Sindacale Unitaria dell’Università di Padova.

Dopo le polemiche scatenate dalla presa di posizione della professoressa Marzaro contro la riforma dello statuto durante il semestre bianco, solo qualche giorno fa, una nuova nuvola di dissenso si addensa sul rettorato. Qui, del resto, era stata indirizzata la prima lettera – al rettore Rosario Rizzuto e alla prorettrice alla didattica Daniela Mapelli – del coordinamento. È datata 15 giugno e firmata da cinquanta docenti a contratto che denunciavano «un impegno orario molto superiore alla norme e imprevedibile alla firma del contratto».

Non solo: dal corrente anno accademico, si legge nella missiva «siamo equiparati in termine di impegno orario massimo ai docenti strutturati, limite che grava sulla nostra capacità lavorativa e conseguentemente retributiva» vincolata «alla valutazione della qualità della didattica da parte degli studenti». Da qui le richieste: sospensione del tetto delle 200 ore, disponibilità a riconoscere un gettone a parziale copertura del surplus di impegno e spese profusi nella didattica da Covid e un adeguamento retributivo in linea con il reale impegno lavorativo richiesto e al contributo intellettuale della prestazione lavorativa.

Fin qui la missiva di giugno. Cui hanno fatto seguito una ulteriore sollecitazione a ottobre, ugualmente senza risposta, e la conseguente decisione del coordinamento di cambiare interlocutore rivolgendosi ai sindacati, forti di 204 adesioni.

Nella nuova lettera ribadiscono che «per un corso di 63 ore di docenza frontale siamo retribuiti meno di 2.000 euro netti», laddove i calcoli, per i titolari del corso, portano ad affermare che la distanza tra quello che effettivamente viene erogato e quello che spetterebbe, può corrispondere fino a un decimo del dovuto.

«Da un ateneo che nel 2022 si appresta a festeggiare 800 anni di vita ci aspettiamo ben altro trattamento» scrivono ai sindacati chiedendo un incontro «le mancate risposte alle nostre istanze sono segno inconfutabile dell’invisibilizzazione che ci caratterizza, ma a questo punto vogliamo uscire dall’ombra e iniziare un percorso di mobilitazione». —

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