La missione del don, un mese in ospedale Covid: «Qui tutti hanno bisogno di spiritualità»

Don Marco Galante, 46 anni, parroco di quattro comunità ai piedi dei Colli Euganei, dal 3 novembre sta 24 ore al giorno all’ospedale di Schiavonia dove assiste i malati di Covid e il personale sanitario

Marco Galante dal 3 novembre vive a Schiavonia. La mattina sta con i malati, il pomeriggio celebra messa per medici e Oss «Mi cerca anche chi non crede, nella malattia o ti affidi o ti disperi. Chiederò al vescovo di prolungare il mio incarico»

PADOVA.

Ogni mattina c’è qualcuno che sulla tuta monouso gli scrive il nome con un pennarello: don Marco. «Poi però siccome sono grande, grosso e mascherato, un’infermiera ha cominciato a chiamarmi Gabibbo», racconta lui. «Non sono rosso, ma quando vado in giro per i reparti i pazienti mi chiamano, scherzano. Perché il Gabibbo è simpatico a tutti». Ride.


In missione

Mezzogiorno e mezza, quinto giorno della terza settimana. Don Marco Galante - che normalmente amministra le parrocchie di San Giacomo, Ca’ Oddo, Schiavonia e Marendole ed è cappellano ospedaliero - dal 3 novembre è un prete in missione. Ma praticamente dietro casa. Il vescovo Claudio Cipolla gli ha chiesto di stare giorno e notte tra i malati di Covid, i medici e gli operatori sanitari dell’ospedale di Schiavonia. L’ha mandato lì «per essere presenza di Chiesa prossima e vicina alla sofferenza», e «per offrire conforto e alleviare la solitudine dei malati e dare sostegno al personale ospedaliero». «E per me è stata una sorpresa, ma di quelle che un po’ ti aspetti», dice don Marco. «Il vescovo ha intercettato un mio desiderio nato durante la prima ondata della pandemia quando, proprio qui a Schiavonia, avevo notato quanto fosse dolorosa, direi straziante, la dimensione dell’isolamento nel tempo del ricovero».

Quello che non c’è

Rispetto a marzo e aprile, don Marco ha notato subito una differenza: «Ora c’è una rotazione veloce dei malati: ne vedo tanti guarire in una settimana e questo dà speranza. Non c’è più nessuno di quelli che c’erano quando sono arrivato. Adesso c’è uno che ha quasi la mia età - lui 48, io 46 - e ce ne sono due sui 55. Gli altri sono intorno ai 70». Ci sono invece gli stessi medici, gli infermieri. «E sono fantastici, attentissimi. È una squadra formidabile, per le cure non si può desiderare di meglio». Mancava però il conforto spirituale, il vescovo ci ha visto giusto. «Sì, io servo per questo», conferma don Marco. «Entro nelle stanze la mattina e dico: sono qui per portarvi la medicina della speranza. E vedo che tanti mi aspettano, c’è perfino chi brontola se arrivo un po’ più tardi».

Una parola

Alle 8.30 don Marco inizia il giro dei tre reparti di malati non gravi e della terapia intensiva. «Posso stare pochi minuti in ogni stanza, ma c’è il tempo di parlare con tutti, o almeno con chi può e vuole farlo». Anche con chi non crede. «Sono appena stato da una donna musulmana, mi aspetta ogni mattina. Mi siedo vicino a lei, ci mettiamo una mano sul cuore insieme e affidiamo la vita a dio». Ognuno al suo. «Oggi mi ha anche chiesto se la preghiera che facciamo vale anche per gli altri malati». Nelle corsie di un ospedale si abbassano tanti muri. «Nessuno mi ha mai mandato via», insiste don Marco. «Anche chi non crede sembra felice di vedermi, magari per un saluto e per qualche parola. Ieri uno mi ha chiesto di vederci, non voleva pregare ma parlare, me l’ha proprio detto. C’è bisogno di spiritualità».

Come ossigeno

Don Marco ha in testa quello che papa Francesco ha detto in udienza qualche settimana fa: la preghiera è come ossigeno. «Tutti ne hanno bisogno, qui dentro anche io ho capito di volerne di più». E se non è preghiera, è comunque spiritualità. «Nell’isolamento, nella solitudine, i malati mi raccontano di scoprire il significato più profondo della loro vita. Uno mi ha detto che è stata come una revisione, che ha rivisto le cose importanti. L’esperienza dell’impotenza, dell’affidarsi, è profonda e spirituale. Io mi metto nei panni dei malati e capisco che si trovano di fronte a un limite: o si affidano o si disperano».

I momenti più duri

La morte è sempre lì che incombe. «E in queste settimane qualcuno non ce l’ha fatta», racconta don Marco. «Ho in mente un vecchietto in particolare. Si vedeva che era proprio alla fine. Suo figlio mi ha scritto un messaggio, voleva che gli dicessimo che tutta la famiglia gli era vicina. Allora mi sono fatto mandare tutti i nomi dei familiari e al momento dell’estrema unzione li ho pronunciati, dicendo che erano lì con lui. Ha aperto gli occhi all’improvviso, c’è stato un momento di commozione fortissima, anche per me». Poi, prima ancora della morte, si sente nell’aria la paura. «E c’è chi mi chiama per l’unzione, lo vedi che è spaventato. Ma magari dopo qualche giorno esce».

La fatica

Don Marco a fine mattinata pranza in mensa. Poi riposa per mezz’ora e verso le due e mezza va al bar dove incontra medici e infermieri. Alle quattro celebra la messa nella cappella dell’ospedale e i malati assistono dalle tv a circuito chiuso. «All’inizio alla messa non veniva quasi nessuno, ora ci sono sempre sei o sette fra medici e infermieri». Anche loro hanno bisogno di conforto. «C’è chi è tornato a confessarsi dopo anni, quasi senza un motivo, forse perché gli sta simpatico il Gabibbo», dice don Marco, tornando a farsi leggero. «Un’infermiera invece mi ha chiesto di parlare e ha pianto tutto il tempo. Mi diceva: non posso farcela così fino a maggio. Le ho risposto di pensare a un passo per volta. Dobbiamo fare così: un passo per volta».

Non finisce qui

Dopo cena don Marco va in onda su YouTube per i suoi parrocchiani. Una preghiera di fine giornata. «Tornerò da loro per la prima domenica d’Avvento», dice. «La mia esperienza qui sta per finire. Anzi, finisce quella residenziale», precisa. Cos’ha in mente? «Ne ho già parlato con il vescovo, vorrei continuare. Potrei stare qui durante la settimana, anche senza fermarmi a dormire, e tornare nelle parrocchie il sabato e la domenica. Qui c’è bisogno di una presenza spirituale. Io però avrò bisogno di staccare un po’. Qui dentro, emotivamente, è davvero pesante». —


 

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