Scrittore padovano ex della Mala: no al permesso-premio. Per la Cassazione: «Non si è mai pentito»

Lui è l’ergastolano Angelo Meneghetti, autore di varie rapine. Voleva presentare alcuni racconti alla Fiera delle Parole

PADOVA. Una serie di rapine. Ancora un assalto a un blindato portavalori finito, il 15 marzo 1992 a Vigonza, con l’omicidio di una guardia giurata, il bresciano Andrea Padovani, 31enne di Monticelli di Salò, massacrato a colpi di kalashnikov, una moglie e una figlia di 4 anni lasciate rispettivamente vedova e orfana.

Eppure nessuno sguardo alla propria esistenza con una richiesta di perdono e, prima ancora, nessun pentimento per quegli atti pagati con una raffica di condanne e la sanzione massima dell’ergastolo.

Angelo Meneghetti 54enne nato a Piove di Sacco e residente a Bovolenta almeno finché libero, uomo della Mala del Brenta, è arrivato fino all’ultimo grado di giudizio per reclamare il diritto a un permesso premio. Permesso che, nel 2019, avrebbe dovuto consentirgli la partecipazione alla Fiera delle Parole per presentare un volume di racconti «Gli occhi azzurri di Luana e altri sorrisi».

Niente da fare. Anche i giudici di terzo grado hanno confermato quel diniego al detenuto-scrittore, ex affiliato della banda di Felice Maniero. No, no e ancora no (stavolta in via definitiva) a quella parentesi di libertà, ribadita pure dalla Cassazione. Il 27 settembre 2019 il magistrato di Sorveglianza rigetta la richiesta di Meneghetti per ottenere il permesso premio.

Il motivo? «La persistente pericolosità sociale del detenuto», desunta «dall’eclatante passato criminale» in quanto «rappresentante della cosiddetta “mala del Brenta” ». E anche le «aspre critiche da lui rivolte nei confronti dei collaboratori di giustizia e dell’autorità giudiziaria». Immediato il ricorso al tribunale di Venezia che il 20 gennaio rispedisce la richiesta al mittente: non basta la buona condotta in ambito carcerario, comportamento doveroso. Solo la revisione critica del proprio passato criminale – scrivono i giudici – avrebbe potuto essere la base per un distacco dalle proprie condotte delinquenziali. Meneghetti, per principio, non molla e ricorre in Cassazione.

E arriva l’ennesimo diniego al permesso premio.Secondo la Cassazione, Meneghetti «non ha abiurato al proprio vissuto delinquenziale, esprimendo opposizione alle condanne che gli sono state inflitte, ritenute ingiuste, e contrapponendosi all’Autorità dello Stato che gli ha inflitto la massima pena detentiva... Non basta la regolare condotta carceraria (...un comportamento dovuto)» fa notare la sentenza. Meneghetti avrebbe dovuto fornire «segni esteriori di cesura con la propria storia criminale». Al contrario ha rivendicato «di essere stato ingiustamente condannato, anche grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia». –


 

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