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«Io, positivo sfuggito al tampone rapido», da Conselve si avvalora la tesi di Crisanti

Mariano Scalfari

La storia di Mariano Scalfari, imprenditore: «Avrei potuto portare in giro il virus e infettare decine di persone»

PADOVA. Mariano Scalfari ha 67 anni, è un imprenditore di Conselve e lotta contro una forma di mielofibrosi. Ha già avuto due trapianti (nel 2010 e nel 2011) e continua con le cure, anche ora che gli ospedali sono travolti dall’emergenza Covid.

Proprio lui si è ritrovato al centro di un corto circuito che è il succo della denuncia fatta dal professor Andrea Crisanti qualche giorno fa: la scarsa attendibilità dei tamponi rapidi adottati dalla Regione Veneto. In poche ore ha ricevuto due esiti discordanti. Negativo al tampone rapido, positivo a quello molecolare. «I tamponi rapidi non sono attendibili. Il mio caso è emblematico. Anzi, voglio lanciare un appello: non fidatevi, non usateli».

Mariano Scalfari, davvero ha avuto due esiti così contrastanti?

«In realtà la vicenda è molto più articolata e racconta una serie di disfunzioni pericolosissime per una fase come questa».


Cosa le è successo?

«Sono stato a Genova a fare due trasfusioni e quando sono tornato a casa mi sentivo male. Ho scoperto di essere stato in prossimità di un positivo, così io e mia moglie ci siamo recati in un laboratorio e abbiamo fatto il tampone rapido: negativi entrambi. Continuavo a stare male, così ho fatto anche il tampone molecolare all’ospedale di Schiavonia, alle 12 di lunedì. E qui c’è la prima disfunzione».

Quale?

«Da lunedì a venerdì, cinque giorni, e ancora non avevo una risposta dall’Usl 6. Ma questo è niente, rispetto al seguito».

Si riferisce all’esito?

«Per tutta la settimana ho sofferto e non sapevamo che terapia adottare. Con il medico curante abbiamo deciso di fare un altro test, venerdì mattina. In ospedale a Rovigo ho fatto un tampone nasale rapido. Dopo mezz’ora ho avuto il risultato: negativo. Siamo tornati a casa tranquilli ma dopo poco è arrivato l’esito del tampone molecolare fatto lunedì alle 12: positivo. E positiva anche mia moglie. Con tutte le avvertenze del caso».

Come si è sentito?

«Non lo nego, mi è caduto il mondo addosso. Provare sulla mia pelle la fragilità di questo sistema mi ha lasciato esterrefatto. Con i due esiti negativi del test antigenico rapido avrei potuto continuare la vita di sempre, sarei potuto andare al ristorante, al supermercato. Per fortuna non l’abbiamo fatto».

Come sta ora?

«Ho la febbre che sale e scende, sto assumendo cortisone».

Cosa le resta dopo questa esperienza?

«Molte domande. Non capisco come possa il tampone rapido essere un pilastro delle strategie sanitarie. È un risparmio? Di certo si rischia parecchio. Noi avremmo potuto contagiare tranquillamente decine di persone».

Ha saputo che con la nuova ordinanza il governatore Luca Zaia obbliga tutti i medici di base a praticare tamponi rapidi ai pazienti?

«Mi sembra una follia. Non oso immaginare cosa possa comportare la presenza di un positivo sfuggito al tampone rapido in un contesto come quello dell’ambulatorio medico, tradizionalmente frequentato da molti anziani».

Il suo suona davvero come un appello.

«Lo è. Il mio caso è lampante. Non scherziamo con la salute». —


 

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