Nuovo dpcm, la protesta dei baristi di Padova:«Ci stavamo rialzando, ora non c’è speranza»

Alessandro Mazzone, socio e gestore di Sì Street Italian Food ha “superato” cinque controlli senza multe. E ora perderà il 70% degli incassi 

PADOVA. «Dal punto di vista economico da oggi sarà un cataclisma». È preoccupato Alessandro Mazzone, socio gestore del ristorante Sì Street Italian Food, all’angolo tra via Verdi e via Dante. Ieri alle 18, come tutti i suoi colleghi ristoratori e baristi, ha dovuto chiudere il locale. «Il 70 per cento del fatturato noi lo facciamo la sera. Così ci tagliano le gambe». Rabbia, desolazione, tristezza ma anche impotenza. I sentimenti di fronte a un Dpcm che Alessandro apostrofa come “follia” sono tanti e nessuno lascia spazio alla speranza. Perché far chiudere un ristorante che vive specialmente la sera - non solo con cene, ma anche con aperitivi - a dispetto di tutti i presidi di sicurezza necessari e del distanziamento, per chi lo gestisce è una scelta incomprensibile.

lo sforzo inutile


«Dopo il lockdown, quando abbiamo potuto finalmente riaprire, ci siamo attrezzati perché tutto fosse in regola», racconta Mazzone. «Abbiamo riorganizzato i tavoli tenendo conto del distanziamento, messo a disposizione igienizzanti, addirittura creato un doppio turno serale per i nostri clienti». E finalmente dopo l’estate le cose hanno iniziato a girare davvero per il verso giusto. «Il mese di settembre dal punto di vista lavorativo è stato interessante, quello di ottobre fantastico, nonostante le limitazioni e i controlli molteplici». Il Sì negli ultimi dieci giorni ha avuto infatti cinque “visite”. «Polizia Locale, Nas, Comune, forze dell’ordine. Ci hanno controllato tutti. E sono fiero di dire che non abbiamo avuto neppure una sanzione. Certo quello che osservo è che in trent’anni che lavoro nella ristorazione non ho mai avuto tanti controlli».

non c’è rimedio

A chi sostiene che il servizio da asporto possa essere un modo per sopravvivere, Alessandro risponde secco: «È un’operazione a perdere. Mi spiego: chi ha un’identità legata all’asporto fa grandi affari, gli altri no. E si sa che le tre aree di business in questo settore sono pizza, sushi ed etnico». Nonostante questo a marzo il Sì ha tentato questa strada. «Non credo proprio che la ripercorreremo», insiste Mazzone. «L’abbiamo fatto per i nostri clienti, per dare continuità al servizio, ma dal punto di vista del fatturato in quei mesi abbiamo guadagnato un quinto. Considerando che il 30 per cento dell’ordine va al delivery, non si coprono neanche le spese». Ieri sera mentre Alessandro chiudeva, a Treviso i ristoratori erano in piazza a protestare per il nuovo Dpcm. «Anche a Padova credo proprio faremo lo stesso. Stiamo organizzando, anche con il sostegno dell’Appe, una mobilitazione». La speranza è quella di cambiare le cose, ma sul futuro non c’è ottimismo. «Non credo che questa situazione durerà solo un mese. È questo in fondo il grande problema. L’insicurezza non permette agli imprenditori di organizzarsi. Se si sapesse già che sarà così ad esempio per tre o quattro mesi uno si organizzerebbe magari con una struttura solo per il delivery. Invece regna l’incertezza». —


 

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