Il volontariato padovano si riorganizza contro il Covid. «C’è già chi ci chiede cibo»

Tra marzo e giugno sono cresciute fino al 40% le richieste al Banco alimentare. Il Csv stavolta sarà in cabina di regìa con 50 associazioni pronte a portare aiuti

PADOVA

I primi a chiamare, all’inizio di questa seconda ondata di pandemia, sono soprattutto persone in quarantena o in isolamento fiduciario. Senza nessuno in casa, senza amici o familiari, e a volte anche senza soldi, telefonano al Csv per avere una spesa solidale.

Sono soprattutto anziani, i volontari ne hanno conosciuto tanti fra marzo e maggio. E ora ritrovano volti noti. Rispetto ad allora, però, tanta strada è stata fatta. E il volontariato che in questi giorni si sta organizzando per far fronte a un’altra emergenza scopre di essere più attrezzato e più strutturato.

Ci sono cinquanta organizzazioni no profit pronte a schierarsi per gli aiuti. Stavolta non mancano guanti e mascherine, le regole sono chiare, il campo di gioco è noto. C’è una mappa elettronica di chi ha avuto bisogno e una di chi può dare aiuto. I volontari - più di 1.600 nel periodo del lockdown - sono censiti. E alcuni di loro hanno già richiamato: «Serve una mano? Contate su di me».

Al Banco alimentare del Veneto c’era una situazione di relativa tranquillità, fino a pochi giorni fa. Una specie di tregua dopo mesi di fuoco e prima di altri che non saranno meno caldi.

«Siamo arrivati a fornire anche il 40 per cento di cibo in più ad alcune associazioni, per esempio i Beati i costruttori di pace», racconta il direttore del Banco, Stefano De Guidi. «All’inizio è stata dura. Noi abbiamo dimensioni da grande azienda, con cinque dipendenti ma soprattutto 167 volontari, tra Verona e Vigonza. Movimentiamo 5 mila tonnellate di cibo all’anno che entra nelle nostre sedi con 300 bilici ed esce con migliaia di furgoncini diretti in tutto il Veneto. Ma quando è scoppiata l’epidemia non sapevamo più come fare, tra protocolli da seguire, distanze da tenere, consegne da fare all’aperto».

Essendo un’emergenza, un po’ di schemi sono saltati: «Abbiamo risposto a richieste non certificate, serviva dal 20 al 40% di cibo in più eppure non c’erano i soliti stranieri - muratori, braccianti, badanti - che sono tra quelli che hanno sempre bisogno. Loro erano tornati nei loro paesi, ma gli italiani hanno iniziato ad avere fame e a chiedere tanto».

Il conto preciso di quanto cibo è stato distribuito in più, a causa della pandemia, si farà tra qualche settimana. Ma intanto al Banco si preparano alla seconda ondata di richieste, in parte già cominciata. Le curve sono in salita. «Noi siamo pronti», dice De Guidi, «di ondate ce ne saranno altre. Temo soprattutto il momento in cui cadrà il blocco dei licenziamenti. Allora ci sarà la resa dei conti con la vera crisi: temo che centinaia di piccole imprese chiuderanno, manderanno a casa i dipendenti. Ed è tutta gente che avrà bisogno subito. Gli effetti del Covid, da questo punto di vista, devono ancora mostrarsi nella loro drammaticità».

Al Csv sarebbe ancora tempo di celebrare Padova capitale europea. Ma ormai è chiaro che sarà un anno di operatività, altro che festeggiamenti. «Non abbiamo mai mollato la presa», dice il direttore Niccolò Gennaro. «A giugno, quando la situazione è migliorata, noi ci siamo messi al lavoro per preparare una seconda fase. Nella prima abbiamo risposto con la buona volontà, stavolta saremo organizzati».

Quando è scattato il lockdown, le associazioni si sono fermate. «Nessuno sapeva come muoversi, con quali assicurazioni e quali mezzi», ricorda Gennaro. «Adesso sappiamo come si fa. Noi del Csv torniamo in cabina di regia, sul fronte ci andranno le associazioni, ognuna con la sua specificità e la sua organizzazione. Abbiamo al nostro fianco il Comune, la diocesi, l’università. C’è stato il tempo di analizzare cosa ha funzionato e cosa no e siamo in grado di offrire una risposta su più livelli».

I sei magazzini di raccolta del cibo, aperti nelle sedi delle associazioni, sono stati svuotati, per adesso. E anche le auto “prestate” dalle concessionarie sono tornate indietro (le ultime due, anzi, saranno restituite lunedì prossimo). «Ma siamo confortati dalla prima risposta dei volontari. Hanno capito che sta arrivando il momento difficile e ci stanno chiamando per rinnovare la loro disponibilità», dice Gennaro. «È un bel segnale».

Alla Caritas per adesso si fanno i conti con i servizi aperti. «Tutti in funzione, fino a quando i Dpcm non inaspriranno le misure», dice don Luca Facco. «Certo, ci prepariamo a situazioni straordinarie, ma per adesso solo teoricamente».

Preoccupa il destino dei senza dimora. Accolti in 50 in una struttura dell’Arcella in primavera, ora sono attesi dall’accoglienza invernale, la solita. «Ma in caso di contagi, bisognerà avere un piano», ammette Facco. «C’è un tavolo di lavoro dedicato, ne parleremo. Perché anche da questo punto di vista dobbiamo farci trovare pronti». —
 

Focaccia integrale alla farina di lenticchie

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi