Coronavirus, “Da Taparo” sui Colli: "Il Dpcm è una Caporetto: non salveremo neppure il Natale”

Nicola Lionello, titolare della trattoria di Torreglia: «Siamo allo stremo. In questa situazione la riduzione degli introiti sarà del 90%»

TORREGLIA. Nei titolari dei ristoranti e trattorie dei Colli l’attesa si trasforma in disperazione quando alle 13. 30 di ieri il premier Giuseppe Conte ufficializza in diretta tv i contenuti del nuovo Dpcm: chisurua alle 18. Sono certi che la misura del governo rischia di far finire sul lastrico molte aziende in un momento in cui, dopo i giorni duri del lockdown di primavera e gli investimenti fatti per mettere in sicurezza le strutture, incominciavano a vedere uno spiraglio di luce e di speranza per il futuro. «Non ci sono solo le limitazioni degli orari, hanno tolto i banchetti delle cresime e delle comunioni proprio ora che molte parrocchie avevano deciso di recuperare quelle annullate in primavera», afferma Nicola Lionello, titolare della trattoria “Da Taparo” di Torreglia e presidente dell’associazione “Tavole Tauriliane” che raggruppa una quindicina di ristoranti e trattorie del territorio: «È una mazzata, tanto vale chiudere visto che durante la settimana a mezzogiorno non si lavora. Anche perché nel nostro caso mancano del tutto i turisti delle terme».

Si aspettava una stretta del genere dopo un’estate tranquilla dove avete recuperato parte del danno economico dovuto al lockdown.


«Assolutamente no anche perché i ristoranti e le trattorie sono luoghi sicuri visto che da vent’anni devono sottostare ai rigidi protocolli Haccp per quanto riguarda le norme igienico sanitarie. A questo va aggiunto quanto prevedono le norme anti-contagio che ci hanno imposto la riduzione dei posti e la continua sanificazione delle sale. Come associazione siamo stati i primi a chiudere ancora prima che ci venisse imposto dal Dpcm di fine di febbraio. I nostri locali sono sicuri, non è giusto fare di un’erba un fascio e far chiudere tutti ad un orario infausto. Chi rispetta le regole non deve pagare per gli altri».

Che perdite stimate nel vostro settore dopo questa nuova stretta?

«L’effetto sarà devastante. Sono ottimista di natura, ma stavolta credo che ben che vada la riduzione degli introiti sarà del 90%. La domanda che ci facciamo tutti è quanto durerà questa situazione, il decreto parla del 24 novembre ma sarà così? Noi abbiamo la fortuna di lavorare in un locale di nostra proprietà che abbiamo acquistato con tanti sacrifici 13 anni fa. Penso a chi invece alla fine del mese deve pagare l’affitto. Ci sono poi le spese fisse, andiamo verso una stagione dove serve il riscaldamento e poi c’è il personale. Per mandare avanti l’attività nel nostro caso servono 10 dipendenti fissi e altrettanti a chiamata. Quest’ultimi fanno parte di famiglie che lavorano quasi tutte negli alberghi termali di Abano e Montegrotto dove la situazione è drammatica».

Si avvicinano le festività natalizie, periodo in cui sui Colli i ristoranti e le trattorie vengono presi d’assalto da famiglie che arrivano da tutto il Veneto. Che Natale sarà il prossimo?

«Proprio in questi giorni stavamo preparando i menù di Natale e Capodanno. La situazione che si è creata nelle ultime ore è una situazione di scoramento. Anche se i numeri della pandemia miglioreranno, la gente è terrorizzata ad uscire. Nel Dpcm si sconsigliano gli spostamenti in un comune diverso da quello di residenza salvo che per comprovate esigenze. Come può una famiglia che abita a Padova programmare un pranzo in un ristorante dei colli di fronte ad un’indicazione del genere?».

Tornando all’orario di chiusura alle 18, che è la restrizione che più vi penalizza, avete sperato passasse la proposta del governatore Zaia di chiusura alle 23?

«Ci speravamo anche perché era una proposta di buon senso sostenuta anche da altri governatori di regione. Di norma nei nostri locali la cucina chiude alle 22, tenere aperto fino alle 23 ci avrebbe dato la possibilità di salvare in qualche modo il turno serale. Questa è una Caporetto, ci siamo rialzati con fatica dopo il lockdown, la vedo dura che riusciremo a superare anche questo momento. Mi sa che potrebbe essere la mazzata finale. Ho cinquant’anni e vengo da una famiglia di ristoratori. Mio papà Antonio e mia mamma Mariarosa gestiscono con mio cugino Giuliano la trattoria Al Pirio. Quando con Susanna Lenzo, mia moglie, abbiamo deciso di prendere la trattoria Da Taparo, che nel 2021 festeggia il secolo di vita, non pensavamo di dover affrontare una situazione così nera». —

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