Liceale transgender, il preside si scusa: «Adesso potrò usare il mio nome»

Il caso del Tito Livio a Padova. Il dirigente scolastico Rocco Bello convoca il giovane: «Qui sei il benvenuto». Ma la sovrintendente Palumbo indaga 

PADOVA. Prima il rifiuto di discutere, poi lo sfregio con lo strappo di un manifesto. Ora le scuse. Da un lato c’è Rocco Bello, preside del liceo classico Tito Livio, dall’altro c’è Giò, studente transgender del terzo anno, candidato rappresentante d’istituto. Giò (nome di fantasia, ndr) voleva che sui manifesti comparisse il nome dell’identità di genere che ha scelto ma il dirigente scolastico è stato rigido nel considerare soltanto una identità: quella anagrafica. Nell’arco di 24 ore però, dopo la denuncia del caso sul mattino di Padova, la sua posizione è cambiata. La notizia la dà proprio Giò: «Il preside e io ci siamo chiariti, si è scusato e mi ha detto che chiederà alla commissione elettorale di scrivere il nome puntato».



Caso chiuso, o quasi. Il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Carmela Palumbo, chiede tempo per verificare i fatti: «Penso che si debba approfondire nel merito la questione. La scuola è un ambiente di norma estremamente tollerante».



Il caso era scoppiato giovedì mattina, nel momento in cui Giò si era accorto che nei manifesti elettorali era stato messo il nome anagrafico, che però non rispecchia il percorso interiore intrapreso ormai da qualche anno. Così il sedicenne ha affrontato il dirigente, chiedendo se si potesse cambiare. La risposta è stata tassativa: «Non se ne parla nemmeno. Non ristampo tutto». «E quando la studentessa candidata insieme a Giò si è messa a cambiare a penna il nome in un manifesto, il preside l’ha preso e strappato», raccontano i ragazzi del Collettivo Tito Livio, che stanno organizzando un’assemblea per martedì alle 14.30 in Prato della Valle. Dunque il clima non era dei migliori.

Chiara anche la posizione di Roberto Natale, provveditore agli studi: «La pubblica amministrazione opera sulla base di atti formali, non sul procedimento in corso. Non capisco lo stupore. Se questo ragazzo ha intrapreso un percorso deve attendere che si completi. In via generale mi viene da fare questa considerazione. Se sono al primo anno non posso dire che sono già geometra, devo attendere il quinto».

Tuttavia, la storia di Giò, il suo coraggio, hanno colpito al cuore non solo i coetanei ma anche i professori. «Un professore, prima di iniziare la lezione, mi ha chiesto quale nome usare e si è mostrato molto solidale chiedendo solo un po’ di tempo per abituarsi al nuovo nome».

Ma ciò che più ha rasserenato lo studente è stata l’apertura del dirigente scolastico: «Mi ha detto che gli è dispiaciuto per l’errore e mi ha detto che sono il benvenuto nella scuola, con la mia identità. Sono proprio felice».

Ma i ragazzi vogliono guardare in faccia il problema e confrontarsi. Il tema dell’assemblea di martedì sarà il seguente: «Transessualità e transgenderismo: che ruolo dobbiamo avere noi studenti e la scuola nel tutelare chi decide di intraprendere questo percorso?». Ci sarà anche Giò, ovviamente. Questa resta la sua battaglia. —


 

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