Ogni mese la Chiesa di Padova perde un prete, e chi resta si divide

Anche la nostra diocesi fa i conti con la crisi di vocazioni, aumentano le unità pastorali. E nasce qualche malumore

PADOVA. Lassù le campane suonano puntuali, come sempre, attivate da un timer. Ma giù in chiesa le porte sono chiuse perché di preti non ce ne sono abbastanza.

In principio è stato il calo demografico, poi - con ben altro impatto - è arrivata la crisi delle vocazioni. E la chiesa non è più stata in grado di garantire un parroco per ogni comunità.

Ogni mese, da dieci anni, la diocesi di Padova perde un prete. È un calo inesorabile e evidentemente inarrestabile che da un lato impone di far spazio ai laici con compiti di “animazione” delle comunità. E dall’altro alimenta ancora malumori, laddove i parrocchiani non si rassegnano a una presenza occasionale dei loro riferimenti.


Dal 1990 in tutta Italia il numero di preti si è ridotto del 16%, con picchi superiori al 30% in alcune zone. Nella diocesi di Padova in dieci anni il calo è stato del 18%: dai 756 preti del 2010 si è passati ai 622 di oggi. Le ordinazioni, che un tempo erano festa popolare e con tante famiglie coinvolte, oggi sono un evento per pochi intimi: nel 2010 i nuovi preti erano stati 9 (numero già assai ridotto) ma quest’anno ce ne sono stati appena due. E nel 2018 si era scesi a uno.

C’è poi il fattore-età, non trascurabile. Perché in mancanza di un ricambio generazionale, i preti in campo sono sempre più anziani: l’età media negli ultimi dieci anni è salita da 62,7 anni a 64,7. Degli attuali 622 preti della diocesi, 190 hanno più di 75 anni. E tra questi, 125 hanno oltre 80 anni. Un’età giusta per la pensione più che per farsi carico di quelle frontiere di impegno che sono le parrocchie.

Inevitabilmente la diocesi deve ripensare al suo modello organizzativo. Si moltiplicano le “unità”, cioè più parrocchie affidate a un unico parroco (o altri religiosi): oggi ce ne sono 123 che fanno capo a 30 unità pastorali e ce ne sono altre 125 che sono affidate a 56 parroci che si fanno carico di due o più comunità.

Ma non mancano la lamentele da parte dei parrocchiani che si sentono trascurati. Ultimo caso è quello del duomo di Padova, dal quale di recente sono partite alcune lettere rivolte al vescovo Cipolla per segnalate una certa latitanza del parroco Maurizio Brasson, costretto a dividersi tra la cattedrale, San Nicolò e San Benedetto. In diocesi il problema è noto, ma la soluzione richiede «collaborazione», perché le forze sono quelle e non aumenteranno.

“Parrocchie senza preti”: sembrava una provocazione, il titolo dato un anno fa alla settimana nazionale di aggiornamento pastorale, che si era svolta a Torreglia. E invece questo è un punto di approdo. I preti non potranno essere sostituiti per le responsabilità formali così come per la celebrazione della messa.

Ma tutte le altre attività chiameranno in causa, sempre più spesso, i laici: volontari, catechisti, coppie di sposi, famiglie intere. Non al posto dei preti, ma impegnati a tenere vive le comunità, nei servizi, nell’accompagnamento dei malati. In diocesi, da quando è arrivato il vescovo Cipolla, è sempre stato detto che una comunità parrocchiale viva e vivace può andare avanti anche senza un prete, mentre il contrario non è possibile. Perciò si può immaginare che prima o poi qualche chiesa sarà chiusa definitivamente. Ma non per mancanza di preti, come si può pensare guardando i numeri. Semmai perché le comunità parrocchiali avranno smesso di essere vive. —
 

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