Genitori e docenti: «In aula rischio ridotto al minimo, no alle lezioni online»

A Padova la protesta di “Priorità alla scuola”: «Ora servono  investimenti per la sicurezza»

PADOVA. Dopo la prima chiusura delle scuole decisa dalla regione Campania, tornano a farsi sentire le voci del comitato Priorità alla scuola.

Con un presidio ieri in piazza Antenore, coordinato con altre 13 città italiane (in Veneto anche a Vicenza), il comitato ha ribadito la totale contrarietà alle chiusure, sottolineando l’urgenza di misure che permettano di tenere sotto controllo i contagi meglio di quanto non stia accadendo ora. Servono investimenti seri – almeno il 15% del Recovery Fund, afferma il comitato – per potenziare e stabilizzare il personale scolastico e per migliorare i trasporti e la sanità.

«Noi a scuola abbiamo fatto tutto il possibile», racconta Carlo Salmaso, insegnante di matematica all’ITI Severi,  «Abbiamo lavorato d’estate per studiare le soluzioni migliori che garantiscano la sicurezza degli studenti. È giusto che si faccia lo stesso fuori da scuola, soprattutto nei mezzi pubblici. Da noi fortunatamente solo tre classi alla volta fanno lezione online, ma è una soluzione che non può rappresentare la normalità. Da insegnante sopravvivo lo stesso anche facendo lezione online, ma il servizio che forniamo come scuola non è quello che dovrebbe essere. Io stesso non sono a scuola solo per trasmettere nozioni: si creano legami impossibili da tenere in piedi a distanza. A maggior ragione con studenti nuovi, che non si conoscevano già dagli anni passati. A scuola si va per crescere da un punto di vista relazionale e sociale. Vivere queste esperienze è un diritto degli studenti».

La differenza tra la didattica online e in presenza non è solo relazionale, ma anche di qualità dell’insegnamento. «La didattica a distanza non può garantire gli stessi livelli di apprendimento, anche con l’insegnante migliore», spiega Carlo Ridolfi, padre di un ragazzo dodicenne che frequenta la seconda media e di un bambino di cinque anni all’ultimo anno di asilo,  «E si possono creare anche grandi disuguaglianze: nella scuola di mio figlio più grande, con le lezioni online si sono letteralmente perse le tracce di alcuni ragazzi fino a settembre. Un ritorno a queste misure, assieme alla riduzione dell’orario scolastico, rischia di creare uno stigma verso i ragazzi di questa generazione, che tra 15 anni saranno visti come persone meno formate. Sarà una generazione più povera».

Ma la didattica a distanza è stata un’esperienza negativa anche per chi, per sua fortuna, non aveva l’ulteriore problema di non sapere a chi affidare i figli in orario di lavoro: «Sono più fortunato di altri, perché ho potuto passare i mesi di lockdown a casa con i miei figli, visto che sono in pensione», continua Ridolfi, «ma ho potuto comunque constatare un cambiamento negativo nella routine dei miei figli, sembrava fossero in costante jetlag. Il ritorno a scuola è stato visto come una festa: a entrambi mancavano compagni e compagne, al piccolo naturalmente anche le maestre. È veramente un’altra cosa. Sappiamo bene che è un periodo delicato, ma dobbiamo fare di tutto per rimanere in presenza». —


 

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