Studentessa sedicenne molestata sul bus a Padova, 22 mesi di carcere al molestatore

L'episodio accadde nella tratta da Ponte di Brenta a riviera Tito Livio: due i contatti uno di seguito all'altro

PADOVA. Per il tribunale di Padova, nessun dubbio: è colpevole di avere molestato sessualmente una studentessa liceale a bordo dell’autobus mentre stava andando a scuola.

Così lubedì Shahid Abbas, 44enne di origine pachistana, residente a Padova in via Luxardo, è stato condannato per atti sessuali (nell’ipotesi più attenuata) a un anno e 10 mesi, due mesi in più rispetto alla richiesta del pm Giorgio Falcone, titolare dell’inchiesta.

Non solo: l’imputato (difensore l’avvocato Rodolfo Romito) dovrà anche pagare oltre alle spese legali un risarcimento di 3 mila euro alla vittima che si è costituita parte civile tutelata dall’avvocato Luisa Granata. E che ha sempre partecipato alle udienze decisa a difendere i valori di verità e giustizia che l’hanno spinta ad andare fino in fondo alla vicenda.

«All’epoca avevo 16 anni» racconta la studentessa, «e salivo sempre a bordo del bus davanti al Prix di Ponte di Brenta per arrivare in Riviera Tito Livio davanti alla scuola».

Così aveva fatto la mattina del 15 gennaio 2015. «C’erano tante persone nel mezzo e improvvisamente ho sentito una mano sulle cosce. Pensavo fosse un caso dovuto al sovraffollamento e mi sono girata. Alle spalle c’era uno straniero che mi ha fatto un sorriso malizioso. Mi sono impaurita e ho cercato di spostarmi ma non avevo molto margine di movimento. Non ho urlato: provavo vergogna e paura».

Tuttavia l’uomo non ha arretrato di un passo continuando a toccare la ragazzina. «Appena siamo arrivati in stazione ho subito pensato che era meglio scendere e prendere il tram cercando di far perdere le mie tracce e a quell’uomo. Ma proprio nel momento in cui ho tentato di uscire, non so come mi si è presentato davanti con la mano aperta e mi ha preso nelle parti intime».

Quell’azione inaspettata e violenta ha fortemente provato la sedicenne che, finalmente, è riuscita a correre nel piazzale e subito ha chiamato la madre per avvertirla dell’accaduto. Poi è andata a scuola dove è arrivata visibilmente provata. In aula è stato sentito sia il professore che l’aveva accolta in classe chiedendole che cosa le fosse successo viste le sue condizioni psicologiche, sia il compagno di banco. La difesa ha puntato sul fatto che la ragazza avrebbe esagerato nella percezione di quel gesto e sulla non legittimità del riconoscimento avvenuto in meno di 24 ore dal fatto: l’indomani un poliziotto aveva sorpreso sullo stesso bus l’imputato. Con abiti e borsa descritti dalla vittima. —


 

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