Emergenza infermieri in casa di riposo, la Cgil: non è colpa del Covid

Il sindacato padovano denuncia: "La migrazione verso gli ospedali è dovuta a ritardi ventennali nella contrattazione. Il lavoro in corsia è retribuito meglio"

PADOVA. Case di riposo e mancanza di personale infermieristico,  la Cgil di Padova: non è un problema di oggi, scontiamo ritardi ventennali nella mancata riforma di questi servizi"


A intervenire su un'emergenza, oggi resa più evidente dall'altra urgenza: quella dettata dal Coronavirus,  è Manuela De Paolis, FP Cgil Padova.  "Il problema della migrazione dei lavoratori dalle case di riposo agli ospedali", osserva, "c'è sempre stato. Più del Covid è il dumping contrattuale la causa. Vanno anche ripensati gli accessi alle facoltà universitarie in infermieristica: assurdo continuare a mantenere il numero chiuso".

Condivide la sua posizione Aldo Marturano, segretario generale Cgil che aggiunge:  "Scontiamo ritardi ventennali dovuti alla mancata riforma di questi servizi da parte della Regione Veneto".

"Il problema esiste, inutile negarlo", ribadisce De Paolis, "Nelle case di riposo manca il personale infermieristico. E manca perché tanti, appena ne hanno avuto la possibilità, sono andati a lavorare in ospedale, è vero. Ma il Covid, qui c'entra poco. Più conseguenze ha avuto lo sblocco del turnover negli ospedali, cioè il ricambio del personale nelle strutture ospedaliere che hanno ripreso a fare concorsi per sostituire il personale andato in pensione. Perché una cosa è chiara: il problema della migrazione dei lavoratori dalle case di riposo c'è sempre stato e il Covid non c'entra niente".
E aggiunge: "Molta più importanza riveste il dumping contrattuale, ossia il fatto che il contratto che regola i lavoratori assunti negli ospedali è decisamente più retributivo rispetto a quello a cui sono sottoposti i dipendenti delle rsa (Residenze sanitarie assistenziali)".
 Anche se il lavoro in corsia, generalmente, è più faticoso rispetto a quello nelle rsa, con turni decisamente più pesanti, è la differenza retributiva a farlo preferire.

"Del resto", osserva De Paolis, "la migrazione avviene anche da quelle strutture, per esempio le Ipab (Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza) che applicano il contratto Funzioni Locali, indubbiamente il migliore dei contratti che regolano i lavoratori del settore, figurarsi gli altri. Non a caso, spesso sono previste anche delle indennità pensate proprio per evitare che se ne vadano. Ma non è che abbiano tanto effetto".
"E che manchi qualsiasi tipo di programmazione",  conclude, "lo si vede anche da come sono strutturati i corsi universitari per diventare infermieri. Ovunque prevedono test d'ingresso e numero chiuso calcolato solo sulla base dell'offerta lavorativa proveniente dagli ospedali come se rsa e altre strutture socio-sanitarie non esistessero. E' chiaro che poi non ci sono sufficienti infermieri, il che costituisce un vero problema in tempi come questi".
Interviene anche il segretario generale della Cgil padovana, Aldo Marturano che offre un ulteriore spunto di riflessione sulla questione: "Quando non si affrontano i problemi, quel che succede è che normalmente questi aumentano e finiscono con l'accumularsi. E' quel che è avvenuto con le rsa che avrebbero avuto bisogno di una legge di riforma già 20 anni fa e che invece la Regione Veneto e Zaia (che l'ha condotta negli ultimi 10) non hanno mai fatto. Una riforma che sancisca formalmente quella che è stata la loro trasformazione in questi anni e cioé che da strutture social" com'erano state inizialmente concepite, sono diventate, a tutti gli effetti, strutture a prevalente caratterizzazione sanitaria. E a pagare le conseguenze di questa mancata riforma è il personale tutto, compresi i tantissimi operatori socio sanitari che vi operano. Comprensibile che appena ne hanno l'occasione vadano a lavorare dove gli viene riconosciuto, anche dal punto di vista retributivo, il compito che effettivamente svolgono".   

 

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